In questa sezione sono presenti ben 114 opere in formato HTML di autori sia greci che latini, trascritte in lingua italiana. Sono ordinate nell'indice qui a sinistra, per autore, per una più facile ricerca di esse.

  • Apuleio (11)

    Apuleio Lucio

    Madaura, Algeria 123 ca. - 200 ca. d.C.). Nato in una famiglia abbastanza ricca, Lucio studiò retorica e filosofia a Cartagine e ad Atene.

    La curiosità e l'attrazione per la magia lo portarono a viaggiare a lungo.

    Verso al 155 sposò una vedova molto ricca e molto più anziana di lui, i parenti di lei lo accusarono di averla sedotta con arti magiche.

    Della sua ricca e varia produzione si è conservato ben poco. La sua opera più famosa è il romanzo intitolato Le metamorfosi (o L'asino d'oro), l'opera narra le avventure di un certo Lucio che, per la troppa curiosità nei confronti delle pratiche magiche, viene accidentalmente trasformato in asino; in questa nuova veste subisce, sente e vede esperienze di ogni tipo, che gli fanno toccare il fondo della degradazione morale, finché la dea Iside lo restituisce a forma umana e Lucio diventa suo sacerdote.

  • Cicerone (5)

    Marco Tullio Cicerone

    Il più grande degli oratori romani (Arpino 106-Formia 43 a.C.), teorico dell’arte oratoria, maestro di eloquenza, uomo politico e scrittore di filosofia. Educato a Roma, combatté nella guerra marsica l’anno 90.

    Esordì nel Foro venticinquenne e l’anno dopo si impose nella difficile difesa di Roscio Amerino. Viaggiò in Oriente per perfezionare i suoi studi, fermandosi ad Atene e a Rodi.

    Tornato a Roma e sposata Terenzia, nel 75 ottenne la questura di Lilibeo. Nel 70 i Siciliani gli affidarono il loro patrocinio contro Verre. Fu eletto edile nel 69, pretore nel 66 e console nel 65, nel 63 attaccò Catilina denunciandone una presunta congiura con le 4 orazioni Catilinarie.

    Nel 58, essendo tribuno della plebe Pulcro Publio Clodio, autore d’una legge che stabiliva la pena dell’esilio per chi avesse fatto condannare a morte un cittadino senza giudizio popolare (com’era avvenuto nel processo contro Catilina), Cicerone abbandonò Roma per 18 mesi: fu prima a Tessalonica e poi a Durazzo. Ritornato in patria, ebbe dimostrazioni favorevoli e poté rivendicare i propri diritti. Rivolse quindi la propria attività oratoria verso i triumviri per guadagnarsene la stima e vendicarsi di Clodio.

    Quando questi fu ucciso da Milone, pronunciò la difesa dell’assassino con l’orazione pro Milone che, messa in iscritto più tardi, è tra le sue migliori. Nel 51 fu proconsole in Cilicia, poi di nuovo a Roma l’anno seguente. Seguì Pompeo durante la guerra civile. Dopo la battaglia di Farsalo, morto Pompeo, si fermò a Brindisi, attendendovi il vincitore Cesare per affidarglisi.

    Cesare, tornato dall’Egitto nel 47, gli concesse di stabilirsi a Roma. Fino al 44 visse ritirato, anche afflitto da disgrazie familiari (secondo matrimonio con Publilia, morte della figlia Tullia), dedicandosi agli studi di filosofia.

    Di questo tempo è il perduto Ortensio, l’opera tanto esaltata da S. Agostino.

    Dopo l’uccisione di Cesare (44), per il quale non aveva mai parteggiato, si trovò, a causa dell’inettitudine dei congiurati, in balìa di Antonio che aveva assunto il Governo. Contro di questi pronunciò ben 14 orazioni (le Filippiche). Caduta ogni speranza di salvezza dopo il secondo triumvirato dei capi cesariani, Cicerone fuggì a Formia con l’intenzione di riparare in Grecia; ma raggiunto dai soldati di Antonio, fu ucciso.

    Cicerone scrisse con stile esemplare, la sua prosa è stata costantemente ritenuta modello insuperabile dell’arte del dire. Come uomo politico fu però incoerente, privo di comprensione per gli avvenimenti storici e vanesio.

    Tra le sue opere vanno ricordate: il “De oratore”, l’”Orator”, il “Brutus” (retoriche), il “De re publica”, il dialogo “De legibus” (politiche), il “De finibus bonorum et malorum”, Ie “Tusculanae disputationes”, il “De officiis” (opere filosofiche, nelle quali tuttavia non manifesta alcuna originalità), le quattro raccolte di lettere (ad Atticum, ad Familiares, ad Quintum fratrem, ad M. Brutum), quasi 700, molte delle quali un vero e proprio modello di stile; infine le orazioni, pervenuteci in numero di 58.

  • Aristofane (5)

    Aristofane

    Aristofane
    (Atene 445 ca. - 385 ca. a.C.), il maggiore dei poeti greci della «commedia antica». Satira politica e letteraria erano al centro delle sue commedie, come del resto tutta la fase più antica della commedia attica, detta "commedia antica" per differenziarla dalle successive fasi "di mezzo" e "nuova". Dotato di singolare fantasia e creatività, fuse abilmente tutte le forme del comico (insulti, travestimenti, disquisizioni accademiche e allusioni scurrili) regalandoci così uno degli esempi più grandi di libertà di parola (in greco parresía), che fu l'essenza stessa della commedia antica.

    Aristofane esordì giovanissimo con la commedia "I banchettanti", successivamente compose circa altre 40 commedie con intenti politici e morali fustigando con arguzia i vizi e i difetti dei suoi tempi (ce ne vorrebbe un'altro come lui oggi, ma non è ancora nato).

    Delle sue opere, ce ne sono pervenute intere undici, le prime tre furono firmate con un pseudonimo. Le sue opere: "Gli Acarnesi" (425 a.C.), contro la guerra del Peloponneso; "I Cavalieri" (424), in cui attacca quel guerrafondaio di Cleone; "Le nuvole" (423), divertente caricatura su Socrate e sulla filosofia; "I calabroni" (422), satira della mania ateniese per i processi; "La pace" (421), in cui narra dell'umile cittadino Trigeo, che salito all' Olimpo su uno scarabeo volante, riesca a riportare in terra la pace, cosa che non sembra riuscire agli uomini politici del tempo; nelle commedie successive Aristofane accentua l'elemento fantastico: "Gli uccelli" (414), storia di due ateniesi che, stanchi della vita ad Atene, fondano una città tra gli uccelli, disturbando la serenità degli dèi; nel "Lisistrata" (411), le donne proclamano lo sciopero del sesso per far terminare la guerra del Peloponneso; invece, nelle "Tesmoforiazuse"(411), le donne decretano di punire il loro Euripide, poeta che aveva fama di misoginia, per la triste consuetudine di mettere in scena personaggi femminili negativi; "Le rane" (405), satira letteraria; infine con "Ecclesiazuse" (Le donne al parlamento)(392), le donne si impadroniscono del potere ed emanano leggi assurde sul denaro e sul sesso; e "Pluto" (388), il dio della ricchezza riacquista la vista e distribuisce con giustizia le ricchezze.

    Con le ultime tre opere, ha inizio la commedia «di mezzo».

  • Callimaco (2)

    Callìmaco di Cirene

    (Cirene 310 ca - Alessandria 240 a.C.). Poeta, erudito, critico e grammatico greco, nato a Cirene e vissuto in Alessandria. Fu alla corte di Tolomeo II, che lo volle presso di sè come poeta, dove divenne uno dei funzionari addetti alla famosa biblioteca di Alessandria, poi alla corte di Tolomeo III Evergete.

    Il maggiore e più raffinato rappresentante della cultura e della poesia alessandrina. Promotore di una nuova concezione dell'arte poetica ispirata non più ad epopee nazionali, bensì a molteplici spunti liberi da tradizioni ed intenti morali, animati dal sentimento e dalla cultura, elaborati in forma elegante e preziosa, in forte contrasto con tradizionalisti quali Apollonio Rodio. Tale nuova poetica caratterizzò l'arte letteraria ellenistica ed augustea.

    Fra le sue opere ricordiamo gli "Inni" a varie divinità, gli "Aitia" (Origini) la sua opera maggiore di cui restano brevissimi frammenti, i "Pinakes" (Tavole) repertorio critico degli scrittori greci e delle loro opere, la famosa elegia "La chioma di Berenice" di cui restano numerosi frammenti e la traduzione di Catullo, l'"Ecale", breve epillio dedicato ad un episodio del mito di Teseo e circa 60 epigrammi nella "Antologia Palatina".

  • Demostene (1)

    Demostene

    DemosteneOratore e uomo politico greco (Atene 384-Calauria 322 a.C.). Si dice che egli fosse balbuziente e che con duro allenamento avesse vinto questo difetto, inoltre, con lunghi periodi di studio e allenamento divenne un abile oratore. A 18 anni, intentò la prima causa contro Afabo, il tutore che gli aveva dilapidato i beni di famiglia. Si dedicò a studi storici e divenne logografo.

    Nel 355 iniziò la carriera di oratore politico, quando la libertà della democratica Atene fu gravemente minacciata dalle mire imperialistiche e unificatrici di Filippo II di Macedonia. Di questi fu irriducibile avversario e pronunciò contro di lui le tre orazioni dette "Filippiche" e le tre dette "Olintiache", quando Filippo minacciò la città di Olinto. Per questa sua nobile tenacia nel difendere gli ideali della libertà e della democrazia, nel 336 Ctesifonte propose al popolo di onorare Demostene offrendogli una corona d'oro, ma questa proposta diede occasione all'oratore Eschine, avversario di Demostene e fautore del partito macedonie, di accusare Ctesifonte, del quale Demofonte si assunse la difesa pronunciando, nel 330, la celebre orazione "Per la corona", modello insuperato di oratoria giudiziaria e politica. Accusato di aver ricevuto danaro da Arpalo, tesoriere del Re di Persia, fu al centro del grosso scandalo messo in piedi dal partito macedone: subì un processo e fu condannato.

    Esule, vagò per la Grecia e l'Asia e tornò in patria soltanto dopo la morte di Alessandro Magno. Dopo la sconfitta di Crannone subita dai greci, Demostene fuggì; inseguito, per non cadere nelle mani dei nemici, preferì darsi la morte col veleno nel tempio di Posidone a Calauria. A testimonianza delle sue opere, ci sono pervenute 61 orazioni.

  • Eschilo (7)

    Eschilo

    EschiloFu uno dei maggiori poeti della tragedia greca (Eleusi [attuale Elefsina] 525 ca - Gela 456 a.C.). Partecipò alle guerre persiane e fu a Maratona nel 490 a.C., nel 480 a.C. a Salamina e molto probabilmente fu anche a Platea. Si recò e visse in Sicilia, alla Corte del tiranno Gerone. Nel 468 se ne tornò ad Atene, ma vi ritornò dieci anni dopo dove trascorse gli ultimi anni della sua vita a Gela.

    Delle 73 opere attribuitegli (la prima rappresentata intorno al 500 a.C.) se ne conservano 7 e frammenti di alcuni altri. Il mito, che egli accoglie dalla poesia epica, acquista nelle sue opere valore di una raffigurazione ideale, che assomma le contraddizioni dell'umana esistenza e dello stesso mondo divino. Proprio da questa esperienza dolorosa, portata alla più alta espressione drammatica, nascono per gli uomini la consapevolezza del destino e l'ammaestramento.

    A Eschilo si deve l'introduzione del secondo attore sulla scena, che rese più efficace il contrasto drammatico. Il confronto col lavoro di altri drammaturghi nell'ambito degli agoni drammatici portò Eschilo a introdurre nelle sue opere più tarde il terzo attore, arricchendone così le trame e vivacizzandone l'andamento. Si ritiene inoltre che abbia avuto un ruolo importante nello sviluppo dei costumi degli attori, introducendo l'uso delle maschere e dei coturni.

    Predilesse la forma della trilogia legata: infatti, ponendo come presupposto la solidarietà, nella colpa come nella punizione, dei membri di una medesima famiglia, il poeta della giustizia divina era in grado di cogliere, nello svolgersi del tempo, quel trionfo della giusta vendetta che non poteva esaurirsi nell'ambito di una sola generazione. Questa tragica catena di delitti e di punizione viene interrotta solo dalla bontà di una divinità pacificatrice (Atena). Così nella Orestea ("Agamennone", "Coefore", "Eumenidi" scritte nel 458 a.C.) unica trilogia superstite, le antiche colpe delle due dinastie dei Pelopidi e dei Tindaridi si assommano nella persona di Oreste, il quale, mentre uccidendo la madre adempie a un volere divino che impone la vendetta del padre ucciso, ne viola un altro che vuole rispetto per i genitori: solo la grazia celeste può liberarlo dalla stretta esasperante. Analoghi contrasti si notano in tutte le altre tragedie ("Danaidi"; "Persiani" rappresentata nel 472; "I Sette a Tebe" scritta nel 467 a.C.; "Prometeo incatenato"(di incerta datazione) narra la punizione inflitta da Zeus a Prometeo, reo di avere sottratto il fuoco agli dèi per donarlo agli uomini e incatenato quindi a una rupe del Caucaso dove un'aquila gli divora il fegato che continua a riformarsi.).

  • Esiodo (3)

    Esiodo

    EsiodoPoeta greco nato ad Ascra in Beozia (VIII sec. a.C.). La sua collocazione cronologica è un problema dibattuto fin dall'antichità, in era moderna si propende per l'ipotesi che sia posteriore alla stesura dei poemi di Omero. In ogni modo è il primo poeta della letteratura greca che abbia carattere storico.

    Della sua esistenza sono noti due eventi: solo la contesa col fratello Perse per l'eredità paterna. Perse aveva dilapidato la propria parte e tentava di corrompere i giudici per ottenere anche i beni di Esiodo (movente individuale al successivo approfondimento del concetto universale di giustizia); e la vittoria riportata a Calcide di Eubea in una gara poetica.

    Di Esiodo restano due poemi: a Teogonia (1022 versi) e Le opere e i giorni (828 versi). Nella Teogonia si può scorgere un primo tentativo, che precede quello dei filosofi ionici, d'imporre un ordine razionale alla molteplicità del divenire. Dopo aver cantato l'origine dell'universo dal caos, il poeta enumera tutte le generazioni divine fino al regno di Zeus, che segna la conciliazione tra le antiche divinità preelleniche, ancor vive fra i contadini della Beozia, e le più recenti divinità olimpiche: questa è la «verità» di cui Esiodo si proclama banditore. Tale norma di giustizia, che Esiodo svela nel mondo divino, si impone come unica salvaguardia del diritto, anche nella vita umana, mentre la violenza è la legge delle fiere selvagge. Per attuare questa norma, nelle "Opere e i giorni", la sua opera poeticamente più significativa, E. proclama una nuova virtù: quella tenace del lavoro campestre. Se Omero è il poeta del passato eroico e splendido, Esiodo è il poeta del presente e della concretezza faticosa del quotidiano.

     

  • Euripide (19)

    Euripide

    EuripidePoeta tragico greco (Salamina 484-480 a.C.-Pella 406 a.C.). Condusse vita meditativa e di studio (fu uno dei primi a possedere una biblioteca), lontano da ogni attività politica e sociale, ciò non lo esimò dalle critiche e dalle irrisioni dei suoi contemporanei. Cominciò a partecipare agli agoni teatrali Attici nel 454 a.C., ma solo nel 441 arrivò a vincere il primo premio, esito che si ripeté soltanto altre tre volte, nonostante il suo grande talento. Tuttavia le sue tragedie, scritte in gran parte durante la guerra del Peloponneso, rispecchiano a volte problematiche estremamente attuali: la famiglia, la società, la condizione della donna e degli schiavi, l'efficacia delle diverse forme di governo, gli orrori della guerra.

    Staccandosi dalla fede tradizionale, Euripide immette sulla scena la critica razionalistica del mito, l'indagine filosofica e, a volte, la disputa sofistica. Si può forse avvertire in lui l'aspirazione verso un più profondo senso del divino. Predilige le passioni più ardenti, la descrizione dell'amore concepito come malattia funesta, gli imprevisti mutamenti di scena, i riconoscimenti, le situazioni patetiche che preannunciano il dramma psicologico borghese dell'età alessandrina.

    A differenza di Eschilo e Sofocle, Euripide aprì il teatro ai rivolgimenti di ordine etico, sociale e politico che avevano luogo ad Atene verso la fine del V secolo a.C.. Le sue innovazioni tecniche consistono nel prologo narrativo, nel deus ex machina introdotto per concludere una situazione troppo intricata, la diminuita importanza del coro, che spesso si dilunga in divagazioni lirico estetiche. Scrisse 92 drammi, di cui ci sono pervenuti un dramma satiresco ("Il Ciclope") e diciotto tragedie. Le tragedie che ci rimangono, sono, in un probabile ordine cronologico: "Alcesti", "Medea", "Ippolito", "Ecuba", "Andromaca", "Heracles", "Elettra", "Gli Eraclidi", "Le supplici", "Le Troiane", "Le Fenicie", "Ifigenia in Tauride", "Elena", "Ione", "Oreste", "Le baccanti", "Ifigenia in Aulide" e "Reso" (quest'ultimo di dubbia autenticità).

  • Catullo (2)

    Catullo Gaio Valerio

    Poeta lirico latino (Verona 84 o 87 a.C. - Roma ca. 54 a.C.). Di famiglia illustre e ricca, con proprietà anche a Sirmione, a Roma e in Sabina, ricevette una profonda educazione letteraria a Verona. Giovanissimo si trasferì a Roma,dove entrò nella vita della società elegante e colta, mentre si astenne dalla politica. Così iniziò una relazione amorosa con la donna cantata come Lesbia (probabilmente Clodia, una delle donne più famose della capitale).
    Nel 57, con la speranza di dimenticare la donna bellissima e infedele e di poter anche restaurare le proprie finanze, dissestate dalle grosse spese, seguì Gaio Memmio, che partiva per il governo della Bitinia, in Oriente; ma non ottenne i risultati sperati e, dopo aver visitato nella Troade la tomba del fratello, tornò a Sirmione, in cerca di pace.
    Ben presto venne però attratto di nuovo a Roma, dove dopo non molto tempo morì.
    Uomo di vivi sentimenti e di grande sincerità, Catullo ebbe una larga cerchia di amici e di nemici. Non fu favorevole a Cesare e a Pompeo; contro noti personaggi della società romana del tempo scrisse feroci epigrammi, o ne delineò ritratti pungenti. Ma pure appaiono nei suoi versi, con grandi effusioni di affetto, gli amici; anzitutto i colleghi di quel circolo dei poetae novi (i poeti eleganti, colti, grecizzanti) cui Catullo stesso appartenne: e cioè Licinio Calvo, Elvio Cinna, Quinto Cornificio. Ma l'episodio centrale della vita di Catullo fu l'amore per Lesbia, che ispira la parte più alta del canzoniere catulliano. Il Liber di Catullo è costituito da 116 carmi e dèdedicato allo storico Cornelio Nepote; forse fu messo insieme, senza ordine cronologico, dagli amici dopo la morte del poeta.
    Una prima parte(1-60)comprende quelle che il poeta stesso chiamò le nugae (sciocchezzuole, cose da poco), brevi componimenti in metro vario (per lo più in endecasillabi,); una seconda (61-68) contiene invece componimenti di notevole estensione e grande impegno, detti comunemente carmina docta; e una terza (69-116) riprende i temi autobiografici delle nugae, ma nella forma costante dell'epigramma elegiaco. Lesbia vi appare come donna di grande fascino e di cultura raffinata, capace veramente di ispirare un amore totale, ma anche disperato (perditus amor); un amore quindi che ha anche una sua storia,in cui si alternano estasi e amarezze. Il poeta le dichiara il suo amore, condivide i piccoli episodi della sua vita (la morte del passero prediletto, gli incontri,le conversazioni di società, i pettegolezzi), ne gode i favori; ma per i tradimenti si giunge alle invettive e alla rottura. La dedizione totale, l'ingenuità esposta a ogni inganno e capace di ogni generosità, la ricerca ostinata di un affetto, e dunque le cadute nelle delusioni più atroci, sono gli elementi personali e vivi della poesia amorosa catulliana, costituendo il fascino perenne di questo poeta intensamente lirico.
    Persino il gruppo centrale dei carmi dotti, che pure testimoniano l'adesione di Catullo all'estetica alessandrina ripresa a Roma dai poetae novi (poesia ricca di elementi mitologici, di imitazioni letterarie, di preziosità formali), porta il segno della sua personalità, capace di ravvivare il materiale erudito. Si tratta di tre epitalami (uno per le nozze degli amici Torquato e Aurunculeia, uno con due cori di fanciulli e di fanciulle e uno col notissimo mito di Peleo e Tetide); di un poemetto sul mito del dio Atti; della traduzione del carme di Callimaco La chioma di Berenice, con la dedica all'oratore Ortensio Ortalo; e di due elegie, una delle quali in morte del fratello. Il Liber di Catullo esprime così per intero i programmi d'arte e di vita di un momento singolarmente ricco della storia di Roma e segna il culmine della lirica latina.

     

    Bibliografia:

    • N. I. Herescu, Catullo, Roma, 1943;
    • L. Ferrero, Un'introduzione a Catullo, Torino, 1955;
    • idem, Interpretazione di Catullo, Torino, 1955;
    • A. Salvatore, Studi catulliani, Napoli, 1965;
    • V. Ciaffi, Il mondo di Gaio Valerio Catullo e la sua poesia, Bologna, 1987.

     

  • Luciano di Samosata (6)

    Scrittore greco di scuola sofista (Samosata, Siria 120 ca. - dopo il 180 d.C.); autore di 80 operette satiriche e parodistiche: "Sulla morte di Pellegrino", anticinica e anticristiana; i "Dialoghi delle cortigiane, Dialoghi degli dèi, Dialoghi marini e Dialoghi dei morti"; in forma dialogica, condannano con tono sarcastico la stupidità e la falsità del genere umano. "Tiranno" è il racconto di un viaggio nell'aldilà fatto da un tiranno; La "storia vera" narra strane e fantastiche avventure con ritmo serrato e avvincente, conducendo il lettore dalla luna al sole e su un'isola in cui scorrono fiumi di vino, nel ventre di una balena, e poi nelle contrade dei Beati, dei Sogni, delle Zampe-d'Asino e infine nel continente degli Antipodi, con questo romanzo anticipa di parecchio opere come Pinocchio, Pantagruel, i viaggi di Gulliver e altri. A Luciano è attribuito l'"Asino", sullo stesso tema dell'"Asino d'oro o Metamorfosi" di Apuleio.

  • Lucrezio Caro Tito (6)

    Poeta latino del I sec. a.C. della sua vita si hanno scarsissime notizie. Nato probabilmente nel 98 a.C. a Pompei, morì nel 55 a.C. ca; secondo S. Girolamo si uccise (notizia perlopiù oggi ritenuta inattendibile ) all'età di quarantaquattro anni, impazzito a causa di un filtro d'amore: nei momenti di lucidità mentale avrebbe scritto l'unica sua opera, il grande poema in sei libri "De rerum natura", uno dei capolavori della letteratura latina e universale. Diversi gli argomenti trattati: la costituzione atomica della materia, la conoscenza, la teoria dell'anima, l'amore, la descrizione della fasi della civiltà umana, la filosofia epicurea come mezzo per liberare gli uomini dalla paura degli dei e della morte. Grandissima opera letteraria e artistica, il poema, per la potenza drammatica, l'eccezionale fantasia, la capacità espressiva del linguaggio, fa di Lucrezio il maggior poeta di Roma dopo Virgilio.

    Il suo "De rerum natura" è un poema in sei libri (forse non completo). In questa opera espone le dottrine di Epicuro riguardo al mondo e all'uomo. La fisica epicurea recupera le teorie atomistiche di Leucippo e Democrito, l'universo vive del moto incessante degli atomi, che si aggregano e disgregano originando una serie infinita di mondi e di composti materiali; l'anima non è un'entità incorporea, ma una combinazione fortuita di atomi che cessa di vivere insieme col corpo; il criterio di verità è determinato dall'esperienza sensibile, intesa come fondamento del sapere e misura dell'attendibilità dei processi conoscitivi; la morte non deve causare turbamento perché "non è nulla per noi", ponendo fine alle sensazioni; tutti i fenomeni terreni hanno cause naturali e non conoscono intervento divino: gli dei non si devono temere dato che non si preoccupano delle vicende umane. La paura del soprannaturale non ha quindi alcun fondamento razionale.

  • Museo Grammatico (1)

  • Omero (48)

    Omero

    Tradizionalmente è il nome assegnato al presunto autore dell'Iliade e dell'0dissea, i più grandi poemi epici dell'antichità. Insieme ai due grandi poemi Iliade e Odissea, una più tarda tradizione greca gli attribuiva molte altre opere: gli Inni omerici, la Batracomiomachia, ecc. Di Omero non si sa nulla e le vicende della sua vita erano scarsamente note anche agli antichi e leggendarie.

    La tradizione più antica dice che era un aedo cieco nativo di Chio, anche se molte erano le città che ne vantavano i natali fra queste le seguenti: Smirne, Chio, Colofone, Itaca, Pilo, Argo, Atene; secondo una variante, invece di Itaca, Cyme. Le biografie tramandateci sono tarde, fabulose e contraddittorie, ed è pure dibattuta la questione se mai Omero è davvero esistito. In ogni caso Omero è stato studiato e commentato in tutte le epoche letterarie; tradotto in tutte le lingue e in tutti i tempi, è entrato nel vivo della cultura moderna europea. E credo che a noi questo possa bastare, e adesso gustiamoci la lettura di questa opera intramontabile.

     

  • Orazio Quinto Flacco (2)

    Poeta latino (Venosa 65 a.C.- Roma 8 a.C.), autore di Satire, Epistole, Odi ed Epodi e del "Carmen saeculare". Figlio di un esattore delle aste pubbliche e piccolo proprietario terriero di origine servile, fu educato a Roma e ad Atene, dove studiò la filosofia e la poesia greca all'Accademia. Si arruolò nell'esercito di Bruto, che lo nominò tribuno militare, al comando di un'intera legione. Dopo la sconfitta di Filippi del 42 a.C., dovette fuggire. A seguito il perdono di Ottaviano, Orazio tornò a Roma e riuscì ad avere, nel 39 a.C., un impiego come segretario. Nel 38 grazie a Virgiliosi guadagnò l'amicizia di Mecenate, e per suo tramite entrò in rapporto con Augusto, che gli propose l'incarico di suo segretario, nel 25 a.C., ma il poeta rifiutò, preferendo restare nella sua villa presso Tivoli, in Sabina, villa che gli era stata donata dallo stesso Mecenate.

    Tra il 42 e il 31 a.C. scrisse gli Epodi, tra il 42 e il 23 le Satire, nel 23 i primi tre libri delle Odi: nel 17 il 4° libro, su incarico di Augusto, compose il Carme per i Ludi Saeculares indetti per celebrare l'inizio del nuovo saeculum, cioè la nuova età aurea del mondo preannunciata dagli oracoli; tra il 23 e il 14 le Epistole. Gli Epodi sono una raccolta di 17 carmi, di carattere satirico, composti di distici, che il poeta chiamò giambi. La satira è rivolta «ad personam», lo spirito che li anima è acre e mordace. La più nota e più splendida opera di Orazio è costituita dalle Odi. Qui la sua lirica è più matura, il lavoro più accurato e profondo. Le odi, in numero di 103 disposte in 4 libri più il "Carme secolare", sono civili, gnomiche e amorose. La lirica civile di Orazio non è sincera, egli scrisse per esaltare Augusto e le glorie di Roma, ma preferì la vita tranquilla e le gioie umane più immediate. Fu sostanzialmente uno scettico dalla personalità pensosa e irrequieta.

  • Publio Ovidio Nasone (40)

    Ovidio Nasone, Publio (Sulmona 43 a.C. - Tomi, Mar Nero 17 o 18 d.C.). Poeta di elevatissima fama, influenzò poeti e scrittori fin dai suoi tempi attraversando il medioevo fino ad arrivare ai giorni nostri lasciando il suo stile impresso nelle opere di autori quali Boccaccio, Ariosto, P. de Ronsard, Shakespeare, Milton ecc.. Proveniente da una famiglia di cavalieri, studiò legge divenendo un bravo retore, ma, prevalse la vocazione letteraria che lo indusse ad abbandonare la carriera pubblica e a dedicarsi all'arte delle Muse. Scrisse parecchie opere quali: gli Amores (in cinque libri nel 14 a.C. e successivamente ridotti a tre), Ibis, l'Ars amatoria, le Tristia, i Remedia amoris, il De medicamine faciei, i Fasti dei previsti dodici libri, uno per ogni mese, restano soltanto i primi sei, le Epistulae ex Ponto, Medea (della quale rimangono pochi versi), le Eroidi (Heroides) e non ultima le Metamorfosi opera in quindici libri .

  • Pindaro (1)

    Pindaro

    Pindaro, poeta lirico greco, uno dei maggiori esponenti della lirica corale. Nacque a Cinocefale, villaggio presso Tebe, durante la 65° Olimpiade (520-517 a.C.). Visse alcuni anni in Sicilia (478-474) poi ad Argo dove morì nel 438. Nato in una famiglia nobile e agiata, rimase sempre attaccato agli ideali aristocratici propri di un mondo arcaico ormai in piena fase di tramonto. Educato in un austero ambiente religioso e tradizionalista, si formò dapprima presso il flautista Scopellino e le poetesse Mirtide e Corinna, in seguito ad Atene presso Lasao d'Ermione e di Agatocle. Fu attivo alle corti di Cirene, in Tessaglia, in Macedonia, a Siracusa, Agrigento e giusto in Sicilia incontrò Simonide e Bacchilide, anch’essi celebri poeti di epinici, con i quali rivaleggiò nel comporre. Fervido ammiratore del passato, durante le guerre persiane mantenne un atteggiamento distaccato, quasi indiffferente, ma più tardi cantò Atene come «baluardo della Grecia». É il più conosciuto dei poeti antichi perchè di lui ci sono pervenuti, oltre a numerosi frammenti, 4 libri di componimenti interi, gli "Epinici", scritti per i vincitori dei giochi panellenici. La sua opera poetica, assai vasta, fu raccolta e pubblicata da Aristofane di Bisanzio che la divise, secondo la materia, in 17 libri: 11 di canti liturgici (così divisi: un libro di Inni in lode degli dei, 1 di Peani, 2 di Ditirambi, 2 di Prosodi, 2 di Parteni, 1 di Carmi dafneforici, 2 di Iporchemi); 6 di canti profani (1 di Encomi, 1 di Treni, 4 di Epinici). Di essa sono giunti a noi interi i quattro libri degli "Epinici": "Istmiche", "Nemee", "Odi olimpiche"e "Pitiche, opere caratterizzate da un tono costantemente elevato, da improvvisi ed imprevedibili passaggi incuranti delle connessioni logiche (i voli pindarici) e dalla compresenza di attualità (in riferimento ai vincitori dei giochi) e di mito. La poesia di Pindaro, veramente grandissima, nasce in un clima religioso estremamente rarefatto. Il suo mondo morale è il mondo eterno e universale del mito, il mondo delle pure sostanze, non quello delle contingenze e dei particolari. L'influenza di Pindaro, considerato dagli stessi antichi il più grande dei lirici tanto venerato da essere giudicato, dal lirico latino Orazio, del tutto inimitabile.inimitabile, è stata rilevante nella poesia moderna, in particolare su poeti come Goethe e Holderlin.

  • Platone (35)

    Filosofo greco, nato da famiglia aristocratica in Atene nel 427 a.C. Il suo vero nome fu Aristocle,  Platone è un soprannome derivatogli, come riferiscono alcuni, dall'ampiezza del suo stile, o dalla vastità della sua fronte (in greco «platos» significa ampiezza, larghezza, estensione). Fece le sue prime esperienze filosofiche con Cratilo, seguace di Eraclito, ma non fu estraneo ai vari indirizzi delle scuole, da Parmenide a Pitagora, da Anassagora ai Sofisti. Divenuto discepolo di Socrate, fu il continuatore e il massimo divulgatore delle idee del maestro. Dopo la morte di Socrate (399) iniziò una lunga serie di viaggi, ricchi di esperienze. Tornato in Atene fondò nell'Accademia una scuola dove insegnò fino alla morte (347).

    Le opere a noi pervenute sono 13 Epistole e 35 Dialoghi; l'autenticità di alcune di loro è ancora discussa. Incerta anche la cronologia dei dialoghi che tuttavia è possibile suddividere in tre gruppi: quelli di contenuto socratico, scritti non molto dopo la morte di Socrate e quindi presumibilmente vicini al pensiero del maestro: Apologia di Socrate, Critone, Protagora, Carmide, Lachete, Liside, Gorgia, Eutifrone, Menone e Eutidemo; i dialoghi della piena maturità, nei quali Platone definisce il suo sistema: Fedone, Cratilo, Il Simposio e Repubblica; gli ultimi dialoghi: Fedro, Teeteto, Parmenide, Filebo, Timeo, Crizia, Il politico, Il sofista e Le leggi. Platone estende i concetti socratici a tutta la realtà, sovrapponendo alla natura imperfetta «essenze ideali» Idee perfette e reali che costituiscono un «Mondo di Idee» anch'esso reale e trascendente.

    Platone distingue tre aspetti dell'Anima: razionale, irascibile e concupiscibile. L'Anima razionale dirige le altre mediante le quattro virtù fondamentali: Giustizia, Sapienza, Fortezza, Temperanza. In base a questa visione psicologica è modellata la Repubblica, ideale risultante di tre classi: dei filosofi (anima razionale), ai quali spetta il governo dello Stato; dei guerrieri (anima irascibile); dei mercanti, artigiani e agricoltori (anima concupiscibile) e le stesse virtù sono trasferite nella vita politica fondata su principi collettivistici.

  • Proclo (1)

    Filosofo greco (Costantinopoli, 412 d.C.-Atene, 485). Allievo di Olompiodoro il Vecchio ad Alessandria. Fu considerato il maggior rappresentante della scuola neoplatonica di Atene. Studiò inizialmente ad Alessandria d'Egitto, e successivamente alla scuola neoplatonica di Atene, dove ebbe come insegnante Plutarco, Alla morte di Domnino divenne scolarca (rettore) della scuola ateniese. Commentò molti dei dialoghi platonici (Cratilo, Parmenide, Repubblica, Teeteto, Timeo.). Elaborò la "Teurgia" concezione del ritmo cosmico in tre fasi (l'Uno come causa prima, essere permanente in sè/ il processo per cui l'Uno esce fuori di sè generando il molteplice/ il processo di ritorno del molteplice all'Uno). Tale suddivisione prelude in qualche modo alla dialettica hegeliana. Altrettanto importanti furono le speculazioni intorno alla nozione dell'Uno (principio al di là dell'essere, inconoscibile, ineffabile, oggetto di conoscenza intuitiva e gnostica). Morì ad Atene, ultimo grande filosofo sistematico neoplatonico. Gli scritti più importanti di Proclo giunti fino a noi, oltre ai commenti alle opere platoniche, sono l'Istituzione teologica e la Teologia platonica.

  • Seneca Lucio Anneo (3)

    (Cordova 4 a.C.-Roma 65 d.C.), uomo politico, filosofo, letterato, drammaturgo e scienziato. particolarmente votato nella tragedia e nelle opere filosofiche e scientifiche. Scampò per miracolo a una condanna a morte che Caligola, per invidia delle sue facoltà oratorie, gli avrebbe voluto comminare; Claudio lo fece esiliare in Corsica con l'accusa di adulterio con Giulia Livilla, sorella di Caligola; dopo otto anni di esilio, Agrippina Minore, la seconda moglie di Claudio, lo fece richiamare e gli affidò l'educazione del figlio, il futuro imperatore Nerone. Morto Claudio, Seneca divenne consigliere di Nerone il quale, all'inizio, lo tollerò, poi lo costrinse a ritirarsi a vita privata. Nel 65, secondo quanto riferiscono gli Annali di Tacito, fu accusato di avere partecipato alla congiura dei Pisoni (è incerto se sia stato coinvolto) contro Nerone e costretto al suicidio su ordine dello stesso imperatore, sorte che accettò con serenità e fermezza, coerentemente con le sue convinzioni più profonde. Di lui rimangono: lo "Apokolocyntosis" (Apoteosi della zucca [del divo Claudio]), 9 tragedie ("Agamennone", "Ercole furioso", "Ercole Eteo", "Medea", "Edipo", "Fedra", "Le Fenicie", "Le Troiane", "Tieste"). Col nome di "Dialoghi" (libri XII) furono raccolte, le seguenti opere filosofiche: "La Provvidenza", "La coerenza del saggio", "L'Ira", "La consolazione a Marcia", "La vita beata", "L'ozio", "La tranquillità dell'animo", "La brevità della vita", "La consolazione a Polibio", "La consolazione a Elvia". Altre opere: "La clemenza", "Sette libri sui benefici" e, infine, "Epistole morali a Lucilio", che sono considerate il capolavoro di Seneca: sono 124 lettere che costituiscono, in un certo modo, un corso di filosofia morale. Per l'ideale etico assai elevato contenuto in questa opera, l'autore venne considerato un Cristiano: in realtà fu essenzialmente stoico. Sostanzialmente la sua etica è un'apologia della volontà morale di fronte a tutto ciò che possa sminuirla. Condanna lo schiavismo, esalta l'amore del prossimo e il perdono.

  • Senofonte (7)

    (Atene 430 ca. - 354 ca. a.C.), storico greco. Di famiglia nobile, contrario alla democrazia e favorevole a Sparta, ebbe una grande formazione culturale e fu discepolo di Socrate.

    Nel 401 a.C., con l'avvento della democrazia, dovette abbandonare Atene e si unì ai mercenari greci al soldo di Ciro il Giovane che si era ribellato al fratello Artaserse II. Successivamente alla morte di Ciro nella battaglia di Cunassa (401 a.C.), gli ufficiali dell'esercito mercenario vennero assassinati da Tissaferne. Senofonte assunse allora il comando dei diecimila soldati sopravvissuti e ne guidò la ritirata. La lunghissima marcia, (oltre 2000 km) durò cinque mesi. Nella sua opera più celebre, Anabasi (cioè "marcia verso l'interno"), Senofonte descrive la ritirata attraverso un paesaggio sconosciuto e pieno di ostacoli, sotto inclementi condizioni climatiche, senza viveri e contro nemici feroci. Da Trapezus, Senofonte si spostò a Chrysopolis e si unì agli spartani nella campagna contro Tissaferne in Asia. Nel 396 a.C. militò sotto il re di Sparta Agesilao, nella lotta contro la Persia. Sempre con lui partecipò alla battaglia di Coronea (394 a.C.), nella quale vennero sconfitti gli ateniesi e i loro alleati tebani. Dopo il 390 a.C. il governo spartano gli donò un appezzamento di terreno presso Scillunte nell'Elide, visse lì fino al 371 a.C., dopo dovette andare in esilio perché gli spartani furono sconfitti dai tebani nella battaglia di Leuttra.

    I sette libri dell'Anabasi presentano il racconto, fatto da Senofonte in terza persona, della rivolta di Ciro di Persia, della sconfitta a Cunassa e soprattutto della ritirata dei mercenari greci, evento che occupa la parte principale dell'opera. Senofonte narra minuziosamente, quasi diaristicamente, dati, eventi e dimostra particolare cura nella descrizione dei paesaggi attraversati nella sua lunga marcia; sottolinea inoltre spesso l'importanza del suo ruolo ponendosi sempre al centro della narrazione. La critica rimprovera a Senofonte la mancanza di obiettività e una sostanziale superficialità di pensiero.

    Adesso a voi l'ardua sentenza.

  • Smirneo Quinto (14)

    QUINTO SMIRNEO Detto Calabro

    (Kointos Smyrnaios), poeta epico di lingua greca (IV sec. d.C.). Originario di Smirne, narrò in un poema epico le vicende della guerra di Troia successive ai racconti di Omero (Postomeriche o Paralipòmeni). Detto Quinto Calabro, perché presso Otranto in Calabria, il cardinale Bessarione rinvenne nel 1450 il manoscritto dell'opera.

  • Sofocle (6)

    Sofocle
    Sofocle, poeta tragico greco (Colono 496 ca. - 496 - Atene 406 ca a.C.). Figlio di Sofilo, grande produttore di armi, fu discepolo di Lampro, dal quale imparò la musica e la danza; nel 480 guidò il coro di efebi che cantò il peana per la vittoria di Salamina; nel 468 partecipò a un concorso per una tragedia e vinse, contro Eschilo, col Trittolemo; In seguito, Sofocle si aggiudicò il primo premio una ventina di volte, e nel 441 a.C. fu a sua volta battuto da Euripide. Fu amico dello storico Erodoto e di Pericle e, sebbene non coltivasse ambizioni politiche e militari, almeno due volte fu eletto stratega. Secondo una leggenda, poco prima della morte, il figlio, per farlo interdire, lo aveva accusato di imbecillità, ma, in tribunale, Sofocle ottenne l'assoluzione recitando ai giudici un coro dell' "Edipo a Colono" . Compose oltre 120 opere, delle quali giunsero a noi 7 tragedie intere ("Aiace", "Antigone", una delle più belle, " Edipo re", che è stata giudicata la migliore tragedia antica, "Elettra", "Le Trachinie", "Filottete", "Edipo a Colono") , un dramma satiresco ( "I cercatori di tracce") e circa mille frammenti. Sofocle introdusse nella tecnica della tragedia alcune modifiche: portò a tre (da due) il numero degli attori; scrisse e presentò drammi indipendenti (non collegati in trilogie come aveva fatto Eschilo); poté arricchire il dialogo e sviluppare l'azione drammatica; aumentò il numero dei coreuti da 12 a 15; perfezionò l'apparato scenico. Anch'egli trasse dal mito la materia della sua tragedia: ma già il mito per Sofocle è meno alto e fermo in una ieratica contemplazione religiosa, meno immerso nell' orrore incomprensibile e disumano delle volontà supreme dei fati e degli dèi, come era in Eschilo; il senso dell'uomo ha incrinato in lui il senso del nume e perciò i suoi personaggi sono mossi dalla forza interna, umana delle passioni, e caratteri, umanamente opposti, creano il dramma, ma sono, però, eroi, e ancora legati, più o meno intimamente, al mito.

  • Teòcrito (1)

    poeta greco (310 ca - 250 ca a.C.). Nacque e trascorse gran parte della vita a Siracusa, lasciata la patria si trasferì ad Alessandria, dove fra il 274 e il 270 a.C. scrisse l’Encomio a Tolomeo, carme dedicato al re d’Egitto Tolomeo II Filadelfo di cui esaltava la generosità. Fu in rapporto con i piú insigni poeti del suo tempo: Filita, Asclepiade, Callimaco, e ne condivise i principi estetici. Alla luce di queste dottrine, rivolte verso una forma d' arte piú moderna e spontanea, vanno considerati i suoi "Idilli" (poemetti). Ne abbiamo una raccolta del I sec. a.C., contenente trenta componimenti, nove dei quali spuri. Ci sono rimasti di lui anche ventiquattro epigrammi e un carme figurato: " Zampogna". Trascorse il resto della vita fra Alessandria e l’isola di Kos, notevole centro culturale, patria di poeti famosi. La sua innovazione consiste nell'aver portato a forma d'arte i canti che sempre hanno accompagnato la fatica dei mietitori e dei pastori, creando il genere bucolico coltivato dai poeti successivi, e a lui si ispirò soprattutto Virgilio, che con le Egloghe (o Bucoliche) introdusse il tema pastorale nella poesia latina. Inoltre uno scenario bucolico d’ascendenza teocritea fu ripreso come sfondo dal romanziere greco Longo Sofista (Le avventure pastorali di Dafni e Cloe), per trovare poi echi nella letteratura italiana.

  • Teofrasto (1)

    Teofrasto, filosofo e naturalista greco (Ereso, isola di Lesbo 371 ca. - Atene 287 ca. a.C.). Discepolo di Aristotele, assunse nel 322 (guidandolo per 35 anni) la direzione del Liceo quando il maestro dovette sfuggire alle persecuzioni del partito antimacedone, dando un indirizzo naturalistico con studi di botanica, biologia e fisiologia. Delle 240 opere indicate da Diogene Laerzio, ci sono pervenute la "Storia delle piante", le "Cause delle piante" che furono la prima trattazione completa di botanica dell'antichità e rimasero opere fondamentali sull'argomento durante tutto il Medioevo, e i "Caratteri", in cui Teofrasto applica il metodo empirico-descrittivo alla realtà etica e psicologica e con trenta schizzi morali rappresenta efficacemente un preciso tipo umano.

  • Tibullo (1)

    Tibullo Albio, poeta latino dotto e raffinato del tempo di Augusto (50 a.C. ca-18 a.C. ca), protetto da Messalla Corvino, col quale partecipò a spedizioni militari in Aquitania e in Oriente. Si hanno di lui sicuramente autentici, due libri di ammirevoli Elegie, un terzo libro di componimenti analoghi compreso in una raccolta detta "Corpus Tibullianum" contiene anche elegie di altri autori appartenenti al circolo di Messalla. La poesia di Tibullo è prevalentemente amorosa, ricca di una forma soave e malinconica; canta anche la natura, la vita campestre, le tranquille gioie della famiglia, l'amicizia, con rara eleganza di stile e sempre con dovizia di bellissime evocazioni e d'immagini perfette. Tibullo fu caro a Orazio, che gli dedicò un carme e un'epistola, e Ovidio pianse la morte di lui in una delle sue migliori elegie.

  • Trifiodoro (1)

    Di questo poeta poche ed incerte sono le notizie, che qua e là si debbano negli antichi scrittori cercare e raccogliere. Affermano i più che Trifiodoro, oriundo dell'Egitto e di professione grammatico, sia contemporaneo od almeno dell'epoca stessa di Coluto: e questa asserzione poggia sulla grande simiglianza che riscontrasi nello stile dei due poeti. Se dunque ciò fosse, Trifiodoro sarebbe coetaneo con Quinto Calabro o Smirneo e con Museo, grazioso cantore degli infelici amori d'Ero e Leandro; epperò sarebbe vissuto sotto l’imperatore Anastasio, cioè sullo scorcio del quinto secolo od al principiare del sesto. Altri invece, tenendo conto dei pregi onde va adorno il suo breve poema, pretendono ch'egli abbia fiorito in tempi migliori, e lo pongono nel novero dei poeti che vissero sotto i Tolomei; ma sembra che a tale opinione preferir si debba la prima. Trifiodoro, per quanto Suida ne dice, oltre la piccola epopea sulle estreme sciagure trojane, aveva scritto: le Maratoniache, le Avventure d'Ippodamia, la Parafrasi delle similitudini di Omero, La caduta di Troja ed un'Odissea mancante di lettera.

  • Tucidide (9)

    TucidideAtene 460 ca. - 400 ca. a.C., proveniente dall'aristocrazia ateniese, nel 424 a.C. fu uno dei comandanti della flotta ateniese in Tracia durante la guerra del Peloponneso, non giungendo in tempo per evitare la presa di Anfipoli da parte dello spartano Brasida, venne per questo suo errore esiliato, rientrò in patria solo alla fine della guerra, nel 404 a.C.. La sua opera "La guerra del peloponneso" è giunta a noi divisa in otto libri. L'intera opera è ispirata e percorsa dal concetto di physis, ovvero la legge del più forte e dell'inevitabilità dell'ingiustizia. Una delle caratteristiche più evidenti dell'opera e, in generale, di tutte le opere di Tucidide è la profonda drammaticità, resa attraverso minuziose descrizioni di particolari significativi. Ma bando alle chiacchiere e passiamo alla lettura dell'opera.

  • Virgilio Publio Marone (18)

    Nato a Andes, l'odierna Pietole (prov. Mantova) nel 70 a.C. e morto a Brindisi 19 a.C., autore di uno dei massimi capolavori della letteratura classica, l'Eneide. Fu considerato il più grande poeta dell'antica Roma, scrisse l'Eneide durante gli ultimi undici anni della sua vita. Anche se assumense come modelli l'Iliade e l'Odissea di Omero, Virgilio compose un poema interamente originale, che è considerato il capolavoro della poesia epica latina. La sua elevatura artistica si impose già nell'antichità e nel Medio Evo, Dante ne fece il simbolo della saggezza scegliendolo come guida per la stesura della Divina Commedia. proveniente da una famiglia di modesti contadini, studiò prima a Cremona e a Milano, poi a Roma e a Napoli, presso il filosofo Sirone. Virgilio spese gli ultimi undici anni della sua vita alla realizzazione della sua magnifica Eneide. Dante lo stimava al punto tale di farne la propria guida nella Divina Commedia, nel viaggio attraverso l'inferno e il purgatorio fino alle soglie del paradiso.

  • Canti (1)

    Prima di iniziare ad elencare i canti della poesia lirica greca, vogliamo fare una premessa sul teatro greco e la sua conformazione:

    Il teatro greco ebbe origine dal dramma satiresco, da cui derivarono prima la tragedia e poi la commedia. Tutte e tre queste forme di teatro rimasero per lungo tempo collegate al culto del dio Dioniso che, secondo gli antichi, tramite l’ebbrezza provocata dal vino, riusciva a collegare l’umano con il divino

    Inventore della tragedia, secondo i testi antichi, sarebbe stato Tespi perché avrebbe trattato per primo soltanto argomenti tragici isolandoli da quelli comici che erano contemporaneamente presenti nelle forme precedenti di teatro.

    Dioniso, che prima veniva rappresentato dal corifeo, venne sostituito da eroi e semidei presi in prestito dalla mitologia e dalla letteratura precedente e, con l’introduzione di un secondo attore, si sarebbe giunti alla tragedia come la conosciamo nella sua espressione classica. La prima rappresentazione teatrale di una tragedia si sarebbe realizzata ad Atene, a cura dello Stato tra il 536 ed il 532, mentre la prima rappresentazione di una commedia si sarebbe verificata solo circa 50 anni dopo. Le tragedie da rappresentare venivano scelte dopo essere state sottoposte ad un concorso a cui gli scrittori tragici partecipavano presentando tre tragedie ed un dramma satiresco.

    Ai cittadini poveri, affinché potessero assistere allo spettacolo, lo Stato pagava la giornata di lavoro.

    La tragedia, anche se dal punto di vista estetico si presenta in forma poetica estremamente valida e raffinata, nei contenuti rispecchia quasi sempre dei problemi (politici, sociali, etici, religiosi, ecc.) di piena attualità ed in modo realistico.

    La commedia invece presenta sulla scena, in maniera buffonesca, i protagonisti ed i fatti del presente, spesso in maniera critica e ridicolizzando personaggi ed episodi della vita contemporanea.

    Il dramma satiresco è un’ opera simile ad una tragedia greca scherzosa e a lieto fine. Presentava spesso scene farsesche ed una certa licenziosità di linguaggio. Il coro era formato da un gruppo di Satiri. L’unico dramma satiresco che conosciamo per intero è il “Ciclope“ di Euripide.