Mitologia e... Dintorni

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Induismo

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Teoricamente l'induismo continua la religione vedica e il brahmanesimo e, se i brahmana e i sutra permangono nei testi delle scuole, la tradizione degli Upanishad è ancora vivace. La lingua dei libri sacri dell'induismo è sempre il sanscrito, ma un sanscrito modernizzato, fissato nel III secolo a.C. dal linguista Panini. Oltre ai testi vedici, le principali fonti dell'induismo sono le seguenti:

Testi postvedici. Gli Upanishad recenti e soprattutto il Dharmasastra «Insegnamento sulla legge», comprendente in particolare il celebre testo conosciuto sotto il nome di Leggi di Manu, che risale agli albori dell'era cristiana.

Le epopee. Esse sono costituite dal VI secolo a.C. sullo stesso principio delle canzoni di gesta o dei grandi cicli germanici, con apporti successivi. Vi sono tre titoli essenziali:

- il Mahabharata («la grande epopea») racconta la lotta di 5 fratelli, discendenti da un re mitico (Bharata) e della loro sposa comune Draupadi contro i loro cugini; è l' Iliade degli Indù. Uno degli eroi del Mahabharata è un semi dio, Krishna, che tiene ad uno dei 5 fratelli un grande discorso, vero esposto religioso dell'induismo, che è stato tradotto infinite volte: si tratta della Bhagavad Gita (il Canto del Beato).

Il Ramayana

Testi e tendenze religiose. I Purana («antichità») costituiscono una immensa produzione leggendaria, religiosa, storica e pratica che si estende nei primi dodici secoli della nostra era; di solito si isolano 18 raccolte chiamate i Purana maggiori. I due più famosi sono il Brama-Purana e il Visnu-Purana. I Tantra («libri») sono dei trattati scritti dal VII secolo della nostra era: i «Tantra» veri e propri si riferiscono ad un aspetto dell'induismo chiamato il tantrismo

Le sette induiste

La storia dell'induismo è segnata, fino al VII secolo d.C. circa, da una lunga rivalità con il buddismo e il giainismo. Nel corso di questi conflitti apparvero le prime sette che tentavano di presentare ai loro adepti una dottrina e una mitologia più semplificate o, al contrario, più approfondite in alcuni punti. I fondatori di sette sono enumerati - a volte in un modo un po' leggendario - in un'opera recente (che risale al XVII secolo): La Ghirlanda dei Fedeli (Bhakta-Mala). Le innumerevoli sette dell'induismo si suddividono in due grandi categorie: le sette visnuite e le sette sivaite (alle quali si ricollega il gruppo dei sakta).

Dominanti tutto il pantheon induista, tre divinità supreme costituiscono una vera «trinità» (trimurti = le tre forze): Brahma il creatore, Visnu il conservatore, Siva il distruttore. Il simbolo di questa fondamentale trimurti è la sillaba sacra formata dalle tre lettere A, U, M. Tutti gli dei della religione vedica (gli «otto grandi dei»: Surya, Candra, Agni, Yama, Varuna, Indra, Vayu (il vento) e Kubera (le ricchezze); Mitra, gli Asvin, i Marut e le divinità secondarie sono conservati, ma passano in secondo piano; Visnu e Siva hanno assorbito tutto e persino Brahma, fonte e fine di ogni cosa, rimane estraneo alla mitologia popolare (ha per attributo il pavone, simbolo dell'intelligenza discriminante; la sua sposa è Sarasvati, dea dell'eloquenza).

Visnu

Il Visnu vedico. Divinità minore della religione vedica, Visnu è tuttavia presentato nel Rig-Veda come l'alleato di Indra e il «salvatore degli dei». Questi sono combattuti, con successo, dai demoni comandati dal gigante Bali; Visnu, sotto la forma di un nano, stringe con Bali il seguente patto:

Lo spazio riservato agli dei sarà compreso, gli dice, fra tre dei miei passi; il resto del mondo ti apparterrà.

Il gigante accetta e Visnu varca il cielo con il suo primo passo, la terra con il suo secondo passo e gli inferi con il suo terzo passo. Da questo il soprannome di Visnu: Trivikrama (Visnu dai tre passi).

Visnu nell'induismo. Il culto di Visnu si sviluppò nelle regioni indiane in riferimento a due incarnazioni (avatara) già note alla religione vedica: Krisna e Rama.

Sembra oscura la ragione per cui Visnu sia diventata una figura di primo piano proprio nella religione induistica, seppur conosciuta dalla letteratura vedica. É evidente, invece, come il processo storico-religioso indiano abbia favorito l'accrescere progressivo dell'ascendenza mistica di questa divinità.

Come abbiamo accennato, il culto di Visnu risulta dall'adorazione di Krisna e Rama. La figura di Krisna va considerata sotto due aspetti: quello mitologico e quello di un personaggio realmente esistito.

Krisna, dunque, sarebbe stato un principe dei Yadawa, abitatore della regione ad ovest del fiume Yammà. Dopo la morte, egli sarebbe divenuto oggetto di venerazione da parte del suo popolo, e sarebbe stato considerato come incarnazione di Vasudeva, divinità popolare che venne poi identificata con Visnu. Se consideriamo Krisna sotto l'aspetto mitologico, allora è da ritenersi una divinità originaria, conosciuta come «mandriano» (Gopàla), adorata da una tribù di pastori, la quale acquistò in seguito un'importanza fondamentale nel culto induistico e pervenne ad una popolarità ineguagliabile. Krisna, vivendo insieme a delle pastorelle che faceva danzare al suono del suo flauto, ne amò più di mille, ostentando le più raffinate pratiche erotiche. La sua prediletta era Radha, dal popolo venerata come sua sposa e amante preferita. Krisna morì ormai vecchio in una leggendaria circostanza: scambiato per una gazzella, fu ferito mortalmente da una freccia scagliata da un cacciatore, che lo colpì nel tallone, unico punto vulnerabile del suo corpo. Morto, salì al cielo, dove riprese la divina sembianza di Krisna.

Attributi di Visnu nell'induismo. Il dio dimora nel Vaikuntha, in cima al monte Meru (l'Olimpo dell'induismo), sempre pronto a rispondere alle preghiere di coloro che gli offrono dei sacrifici.

Egli ha due spose: Lakshmi, dea della bellezza, e Bhumi-devi, dea della terra; la sua cavalcatura è l'uccello mitico Garuda. Egli ha come attributi la conchiglia, il disco, la mazza e il loto. Viene rappresentato in genere sotto forma di un giovane uomo a quattro braccia, con ogni braccio che brandisce uno dei suoi attributi, o anche steso, mentre riposa su Cesha, il serpente dalle mille teste.

Gli avatara di Visnu. Visnu è un dio essenzialmente passivo. La respirazione di Visnu determina i cicli (kulpa) del mondo. Alla fine di ogni kulpa, il male trionfa nell'universo.

Allora Visnu esce dalla sua meditazione eterna e si incarna in un uomo, o in un animale, per lottare contro il male; queste incarnazioni sono chiamate avatara (avatara = «discesa»). Può anche delegare soltanto una parte di se stesso: è il vyuha o «spiegamento parziale».

I testi classici citano dieci avatara di Visnu, ma l'immaginazione popolare ne ha proposti molti di più.

Rama, sua moglie Sita e suo fratello Lakshmana subiscono un esilio di 14 anni nel corso del quale Sita è rapita dal re demone di Ceylon, Ravana, che, in seguito ad una lunga guerra, è vinto dall'eroe Rama, depositario dalla nascita di metà della potenza divina di Visnu. Dopo aver recuperato la moglie, l'eroe la ripudia perché l'opinione pubblica l'accusava di essere stata sedotta da Ravana; Sita si rifugia in un monastero e dà alla luce due bambini. Quando questi raggiungono l'età di 15 anni, Sita muore e Rama la segue nella morte.

Siva

Il grande dio (Mahadeva). Visnu era il conservatore della creazione; Siva ne è il distruttore: egli è il dio terribile e porta a volte il nome vedico di Ruda («il Terribile»).

Egli è anche Hara («Colui che ottiene», cioè il tempo, o Bharava: «lo Spavento» dalle 64 varietà). Egli soggiorna in un cielo chiamato Kailasa e vive quasi nudo, Poiché è il primo asceta (il primo yogi). Viene rappresentato generalmente con dei capelli raccolti e stretti alla sommità del capo, la fronte solcata da tre linee orizzontali; egli ha a volte 5 volti e 4 occhi e porta un tridente, una mazza, un'ascia o un fulmine. Egli sfoggia spesso una collana di teste di morti e braccialetti di serpenti.

Il dio benefico. Poiché la distruzione è la condizione di ogni creazione, Siva possiede anche un aspetto positivo. A questo titolo, l'episodio più famoso della sua vita è quello della burrificazione del mare di latte. Essendo stati gli dei vinti dai demoni (gli Asura), Brahma consigliò loro di consultare Visnu («il migliore degli dei»): costui ristabilì la pace fra i combattenti e promise loro di aiutarli a conquistare la bevanda dell'immortalità, l'amrita.

Per questo si procedette alla burrificazione del mare di latte, al fine di portare alla superficie la coppa contenente l'amrita. Si scelse come bastone per battere il latte il monte Mandara attorno al quale si avvolse il serpente Vasuki; per calare il bastone in fondo al mare di latte, Visnu si trasformò in una gigantesca tartaruga marina e poi si cominciò a tirare Vasuki, i demoni dalla coda, e gli dei dalla testa. Ma, sotto l'effetto di questo scuotimento, Vasuki vomitò un torrente di veleno che rischiava di annientare gli dei e gli uomini; Siva ricevette il fiotto di veleno nella sua mano e lo bevve, conservandone come traccia solo una bruciatura bluastra alla gola (da ciò il suo soprannome di Nilakantha : «gola blu»). Nel corso della burrificazione del mare di latte sorsero l'elefante bianco Airavata, cavalcatura di Indra, il rubino Kaustubha che orna il petto di Visnu, la vacca Kamadhenu, che rappresenta l'abbondanza, le Apsara, divine cortigiane, la bella Lakshmi ed infine il dio negro Dhavantari, portatore della coppa di amrita.

Siva attenuò con la sua capigliatura la caduta del Gange, quando questo fiume cadde dal cielo sulla terra (episodio della «discesa del Gange»); ed è lui che, vittorioso del demone Tripura, eseguì sul suo cadavere una danza selvaggia: la Tandava. La «danza di Siva» rappresenta le 5 attività divine: creazione, conservazione, distruzione dell'universo, incarnazione e liberazione delle anime. Per questo Siva si chiama anche «il dio danzante» (Nataraja).

Il dio sessuale. Siva è anche il dio della fecondità; il suo simbolo è il fallo (linga) o ancora il fallo e l'organo sessuale femminile (lo yoni), che ha forma simile ad una specie di crogiolo. La sua cavalcatura è il toro bianco Nandin. Tutti i templi sivaiti possiedono una linga.

Il dio asceta. Siva è il primo dei saggi (da ciò la modestia del suo abbigliamento). Un giorno, mentre errava in una foresta, dopo aver tagliato la quinta testa di Brahma al quale egli rimproverava con indignazione di desiderare incestuosamente la propria figlia, egli turbò con la sua bellezza le mogli degli eremiti forestieri. Costoro lanciarono contro di lui successivamente una tigre, un'antilope, un'ascia arroventata con il fuoco: ma il dio uccise la tigre, immobilizzò l'antilope e afferrò l'ascia al volo (questo episodio si ritrova in alcune rappresentazioni classiche di Siva).

Le emanazioni di Siva. Siva manifesta anche la sua potenza per mezzo del suo sakti, cioè della sua energia, personificata in una divinità femminile. Abbiamo così: Parvati, la figlia dell'Himalaya, Kalì la Nera (distruttrice), Bhairavi, Durga l'inaccessibile, Uma, la benefattrice, Sati, la sposa fedele si gettò nel fuoco sacrificale acceso da suo padre Daksha perché questi aveva escluso Siva dalle sue adorazioni (Sati rappresenta così le vedove che si gettavano sul rogo che consumava il cadavere del loro sposo e che si chiamavano sati).

Ganesa è il figlio che Parvati fabbricò con la rugiada del suo corpo e che impediva l'accesso ai suoi appartamenti; egli si scontra con Siva e tiene in scacco gli dei e i demoni che assistono quest'ultimo. Visnu gli invia la bella Maya (l'illusione) che attira l'attenzione del valoroso Ganesa, al quale gli dei tagliano la testa. Per calmare sua madre Parvati, Siva risuscita Ganesa e sostituisce la sua testa con quella di un elefante; egli ne farà in seguito - in ragione della sua audacia - il capo delle sue truppe. Ganesa è considerato anche il dio dell'intelligenza; egli avrebbe scritto il Mahabharata con una delle sue zanne.

I sei darsana

Un darsana è un «cammino», una «via», che conduce alla realtà assoluta e alla liberazione; si traduce a volte abusivamente questo termine con «sistema filosofico».

I darsana, 6 di numero, sono sviluppati in numerosi testi sulle origini dei quali siamo poco informati; la maggior parte di essi risale al periodo post-vedico; cioè le loro origini sono contemporanee al buddismo e al giainismo.

Il pensiero contemporaneo indù è ancora fortemente ispirato dai darsana.

Vi sono, nel pensiero religioso indù, due grandi tendenze:

1) la prima fa della religione una procedura: la salvezza - cioè la liberazione dalle reincarnazioni - si ottiene rispettando il rituale, le regole delle caste, il dharma. Pregare gli dei, offrire loro sacrifici, rispettare la gerarchia e i bramini, questo è il compito dell'uomo; la salvezza verrà dall'alto. A questa tendenza appartengono: la religione vedica, religione del sacrificio; il brahmanesimo, religione dell'osservanza del dharma; l'induismo, specialmente sotto le sue forme visnuite: Visnu è il dio che scende (avatara) fra gli uomini per salvarli;

2) La seconda tendenza fa della religione uno sforzo individuale: la salvezza non è questione di rituale, ma trionfo della volontà umana; non si tratta di far discendere un dio fra gli uomini, ma di elevare l'uomo alla dignità divina, di realizzare ciò che vi è in noi di spirituale, dominando e controllando l'ostacolo corporeo.

Forse questo sforzo per unirsi all'assoluto ha visto la luce nel terzo millennio a.C. (effigie di Siva ritrovata a Mohenjo-daro); ma è certo che a questa tendenza appartengono: il giainismo, il buddismo, l'induismo (sotto le sue forme sivaite: Siva è il primo «yogi»), lo yoga e il tantrismo.

Lo yoga

Origine e significato dello yoga. La parola yoga significa in sanscrito «congiunzione», «unione»; lo yogi (al femminile: yogini) è colui che ha effettuato questa congiunzione. Nel nostro mondo occidentale, si usa correntemente la parola yoga per designare una specie di ginnastica che tende al rilassamento: è un uso erroneo del termine e non ha quasi rapporto con questo sistema filosofico, uno dei sei darsana, le cui origini è da ricercare nelle pratiche psicosomatiche anteriori alle invasioni ariane (forse all'epoca di Mohenjo-daro, nel 3º millennio a.C.). Le più antiche raccolte riguardanti lo yoga risalgono soltanto al V secolo d.C.; vengono attribuite ad un saggio chiamato Patanjali; i primi commentari dei sutra dello yoga datano dall'VIII o dal IX secolo d.C.

Cos'è uno yogi? Lo yoga non è né una religione né un rituale; è una pratica, un addestramento, una mentalità.

Disciplina autonoma, lo yoga non è affiancato ad alcuna regola monastica o sacerdotale. Lo yogi, benchè viva in mezzo ai suoi simili, non è un essere sociale; non ha compiacimento né per se stesso né per altri.

Secondo una formula di P. Masson-Ourssel, non vi è in esso niente che assomigli allo spirito di cordata di un alpinista. É dunque un solitario, o piuttosto un anarchico metafisico. Sarebbe un errore, malgrado tutto, farne un asceta puro e semplice.

Egli non assomiglia all'eremita cristiano che mortifica il suo corpo per espiare i suoi peccati, né al mistico che tende al suicidio metafisico. Egli non rinuncia all'esercizio delle funzioni vitali, ma al contrario: elevando la sua vita fisiologica ad un livello di altissima coscienza, egli mobilita l'energia interna che gli fa raggiungere un grado superiore di sensibilità, considerato da lui come la liberazione dal karman.

Gli yogi praticano così gli otto mezzi della liberazione: soppressione dell'attività, esercizi di ginnastica che portano ad adottare posizioni speciali (questa parte dello yoga è stata volgarizzata, non senza snobismo, nel mondo occidentale), controllo della respirazione, esercizi respiratori particolari, disinteresse per gli oggetti esteriori, annullamento dell'intelletto, concentrazione e contemplazione estatica.

Gli yogi non devono essere confusi con i fachiri (dall'arabo faqr: «povero»), che sono dei mendicanti professionisti che utilizzano, per raggiungere i loro scopi, procedimenti che colpiscono l'immaginazione del pubblico.

L'Occidente scoprì per la prima volta gli yogi all'epoca delle conquiste di Alessandro: i Greci li chiamarono allora i «gimnosofisti» (i saggi nudi).

Il Tantrismo

Viene chiamata così una forma dell'induismo che si basa essenzialmente sui Tantra (i Libri) composti fra l'VIII e il XV secolo della nostra era. Si dà come scopo la salvezza mediante la conoscenza esoterica delle leggi della natura.

I 64 tantra sono soprattutto dei manuali di magia e di occultismo; essi descrivono lettere, suoni, formule, incantesimi «miracolosi», capaci di agire sugli uomini e sulle cose; essi insistono in particolare sull'unione mistica della divinità con se stessa, accoppiamento dal quale è nato il mondo. Numerosi dipinti rappresentano questa unione mistica sotto la forma di un uomo e di una donna praticanti il coito (maithuna); sarebbe un controsenso interpretare queste opere come rappresentazioni coscientemente erotiche.

Il «tantrismo di destra» distingue nel corpo umano 6 centri di energia (i cakra) raffigurati da fiori di loto; il centro inferiore è la sede della dea serpente Kundalini, simbolo dell'energia cosmica. Con un metodo ispirato dallo yoga, il saggio «sveglia Kundalini» e la fa arrivare al centro più elevato, sede di Siva; a questo livello, si opera l'unione mistica che riempie il saggio di una felicità indicibile (questa pratica, il laya-yoga o yoga di assorbimento, è una forma simbolica dell'attività sessuale).

Il «tantrismo di sinistra» (vamacara) non utilizza lo yoga. Gli iniziati partecipano per prima cosa ad un'orgia sessuale collettiva al fine di provare la vanità delle passioni e di sfuggire alla loro tirannia. Le loro pratiche assomigliano a quelle dei sakta.

Il bramasamaj (la chiesa indù unitaria) è un movimento fondato nel 1828 da Ram Mohu Rai (1772-1833), che ha tentato di sintetizzare l'induismo, il buddismo, l'islamismo e il cristianesimo; quest'uomo assai colto ha tradotto in inglese numerosi Upanishad. Egli si è urtato con le missioni cristiane e con l'ostilità dei suoi compatrioti; morì in Inghilterra nel 1833. Fra i suoi discepoli citiamo: il nonno e il padre del poeta Rabindranath Tagore e Keshub Chander Sen (1838-1884) che trasformò il movimento in Adisamaj (la Società di origine); Keshub Chander Sen proponeva un monoteismo astratto e una liturgia presa dalle grandi religioni del mondo.

Nella stessa «linea sintetica» si pongono: Mahadev Govind Ranade (nato a Bombay, 1842-1901), R.G.Bhandarkar (1837-1925) e Gokhale (1863-1915).

L'Aryasamaj (la società degli Ariani) è un movimento nazionalistico e popolare creato nel 1875 dal bramino Dayananda Sarasvati (1824-1883), che apparteneva ad una comunità sankariana; il suo scopo era il ritorno alla pura tradizione vedica.

Sri Ramakrishna (1836-1886), nato vicino a Calcutta, fu un bramino mistico che tentò una sintesi religiosa; praticò inoltre specialmente lo yoga e il tantrismo. Il suo discepolo, lo swami Vivekananda (1862-1902), fece conoscere le dottrine di Ramakrishna con il suo fervore e la sua eloquenza (partecipò al congresso internazionale delle religioni a Chicago nel 1893). Ramakrishna e Vivekananda hanno orientato la filosofia del Vedanta verso l'Occidente; la «missione Ramakrishna» (fondata nel 1877) è un movimento culturale, filantropico ed internazionale il cui centro è a Belur, vicino a Calcutta. Essa ha aperto dei monasteri «liberi» ove possono andare a raccogliersi e a dedicarsi alla contemplazione uomini e donne di tutti i paesi (esempio il monastero di Almora nell'Himalaya).

Accanto a questi movimenti, bisogna citare , fra i principali nomi dell'induismo contemporaneo: Aurobindo Ghore - che i suoi discepoli chiamano Sri Aurobindo (1872-1950), filosofo spiritualista che propone una concezione religiosa del superuomo (la sua opera più conosciuta è La Vita Divina); Ramana Maharshi (1879-1950), della regione di Madras, teorico della salvezza mediante il silenzio, Sivananda (nato nel 1887), fondatore della società della Vita divina e propagatore dello yoga; Bal Gangadhar Tilak (1856-1920), uomo politico e commentatore della Bhagavad-Gita; il filosofo Radhakrishnan (nato nel 1888) e il poeta Rabindranath Tagore (1861-1941).

La vita religiosa indù, intimamente legata alla vita filosofica e alla vita politica del paese, è rappresentata anche, al momento attuale, da migliaia di saggi, di «maestri» (termine che traduce indifferentemente le parole: guru, sri, swami, pandit) , attorno ai quali meditano alcuni discepoli, a volte venuti dall'Occidente per un ritiro provvisorio o per curiosità turistico-religiosa. In tutte queste comunità, generalmente situate lontano dalle città, nella foresta o in montagna, si medita, si studia il Vedanta, si pratica lo yoga, ci si sforza di raggiungere - e si crede a volte di arrivarci -, mediante la passività mistica, questa affermazione dello yoga sivaita:

Dallo yoga nasce la conoscenza, dalla conoscenza nasce lo yoga. Per chi possiede lo yoga e la conoscenza, non vi è nient'altro da ottenere. (Icvaragita, II/41).

Induismo e Islamismo

La storia dell'India è anche la storia di molte invasioni e penetrazioni pacifiche nel suo territorio; molti popoli (Greci, Sciiti, Parti, Ebrei, Unni, Parsi) si succedettero nel corso della storia, ma nessuno di essi produsse alcuna influenza notevole sul pensiero religioso indiano. Si ebbero invece i primi ed importanti influssi nel secolo VII d.C., periodo in cui si verificò l'invasione musulmana, per iniziativa del califfo Omar. Gli Arabi si spinsero nel secolo XI nell'India settentrionale e nel XIV secolo giunsero fino al Deccan.

Le influenze religiose della penetrazione islamica rappresentarono un momento di rottura nella dogmatica induistica.

Nel campo più rigidamente religioso, si verificò un rafforzamento delle tendenze monoteistiche, e presso alcune sette la proibizione dell'uso delle immagini. Nel campo sociale si ebbe una sempre più crescente opposizione nei confronti del regime delle caste, favorito dalle predicazioni islamiche dell'uguaglianza. Il momento più pregnante dell'influenza islamica fu raggiunto col principio, sancito da Kabir (1440-1518) e da Nanak, dell'identificazione di Allah con Visnu.

Induismo e Cristianesimo

Il cristianesimo penetrò in India sin dal I secolo, ma solo nel XVI cominciò a diffondersi per opera dei missionari.

La sua espansione fu più limitata di quella islamica, ma ebbe una maggiore influenza sul pensiero originale indiano. La religione di Cristo si diffuse tra le classi inferiori per lo spirito di fratellanza che si ribella al regime castale. Soltanto però nel XIX secolo, con la dominazione inglese, il cristianesimo riuscì ad esercitare una maggiore influenza sull'induismo. Si costituirono quindi alcuni gruppi intorno a diverse tendenze religiose: quella rappresentata da Ram Mohan Ray, che intendeva conciliare le idee induiste con la morale cristiana, prese il nome di «Società brahmanica» che si ramificò successivamente in più gruppi, quello diretto da Sen - che si avvicinò al cristianesimo - e quello - in contrapposizione - guidato da Tagore, che lasciando libertà agli adepti, si rivolse a danno della stessa setta.

Dal gruppo del Sen scaturì la «Società brahmanica universale» con un indirizzo soprattutto filantropico, e la «Società della regola nuova», che si riallacciava ancor più al cristianesimo. Di contro Svani Dayanada Sarasvati fondò un movimento teso a riportare l'induismo alla sua primitiva purezza. La sua missione fu quella di dimostrare che i quattro Veda sono la verità e rispondono a tutte le esigenza della vita moderna; fondò quindi la «Società ariana» che si sviluppò soprattutto tra i giovani delle classi più povere per lo spirito democratico rivolto alla elevazione delle classi inferiori. Tale società si trovò spesso in conflitto con i musulmani.

Tra le molte altre «società» sorte in India in questo periodo, degna di menzione è la «Società divina», che si rifaceva al principio materialista ponendo l'ateismo a fondamento della nuova religione della scienza. Ricordiamo infine, tra i personaggi più noti di questo paese, Gandhi«il magnanimo», fautore della resistenza passiva, che procurò al suo popolo la tanto desiderata libertà.