Mitologia e... Dintorni

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La sfortuna di essere i primi

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La sfortuna di essere i primi

Morte di Giacinto  Merry-Joseph Blondel 1830
Morte di Giacinto
M. J. Blondel 1830

Da sempre, ma forse ancor di più nella nostra epoca, l'uomo cerca di primeggiare nei confronti dei suoi simili, e in questa sua ambizione, nel suo desiderio di evidenziarsi rispetto agli altri e di essere il primo, arriva spesso al limite, ma anche oltre, del giusto e del lecito. Ma non sempre essere i primi si rivela una cosa positiva e portatrice di fortuna e invidia; per rendervene conto vi basterà leggere di Giacinto (Υάκινθος) e Protesilao (Πρωτεσίλαος), due uomini primi ...per loro sfortuna!
Giacinto era un principe spartano figlio di Amicle, re di Sparta, e Diomeda (secondo altre fonti era, invece, figlio di Pierio e della musa Clio); egli era talmente bello da essere stato il primo per ben due volte; fu, infatti, il primo uomo ad essere amato da un altro uomo, ma anche da un dio.
Fu Apollo ad innamorarsene il quale, mal sopportando l'idea di dover dividere il suo amato con un mortale, tale Tamiri, per liberarsi del suo avversario usò uno stratagemma del tutto simile a quello già usato con Leucippo. Tamiri, peraltro nipote di Apollo in quanto figlio di Filammone e della Ninfa Argiope, oltre ad essere molto bello, era un ottimo cantante e suonatore di cetra, ma aveva la pessima abitudine di vantarsi di essere più bravo anche delle Muse; ad Apollo bastò riferire questo alle Muse per dar vita ad una sfida musicale del tutto impari, in cui era stato concordato che se avesse vinto Tamiri avrebbe fatto l'amore con tutte le muse, mentre, se avesse perso, le muse lo avrebbero privato di qualunque cosa esse avessero voluto. Inutile dire che Tamiri perse la sfida e le Muse lo privarono della vista e dell'abilità di suonare la cetra e, secondo altri, anche della voce e della memoria. A questo punto Apollo si dedica esclusivamente al suo amato Giacinto; con lui, dice Ovidio"più nulla gli importava della cetra e delle frecce: dimentico di sé stesso, non disdegnava di portare reti, di custodire i cani, di accompagnarti per le balze di monti impervi, alimentando con la lunga intimità la sua passione."(Ovidio - Metamorfosi libro X vv.170-174) Un giorno i due teneri amanti stavano facendo una gara di lancio del disco e Apollo lanciò per primo il suo; si può ben immaginare come possa essere lanciato un disco da un dio e come un giovane innamorato corra a raccoglierlo prima ancora che questo cada sul suolo; ma sfortunatamente il disco cadde su un pezzo di terra particolarmente duro e il rimbalzo indirizzò il disco verso Giacinto che fu colpito proprio in volto e ferito mortalmente; neanche Apollo con le sue arti mediche riuscì ad evitargli la morte.

Morte di Giacinto Nicolas Rene Jollain 1769
Morte di Giacinto
N. R. Jollain 1769

Affranto dall'aver causato la morte del suo amato, Apollo avrebbe voluto pagare con la sua stessa vita, "Ma poiché la legge del destino me lo vieta, sempre nel cuore t'avrò e sempre sulle mie labbra sarai. Ti celebreranno i miei canti al suono della lira e in te, rinato fiore, porterai scolpiti i miei lamenti. Verrà poi un giorno che anche un eroe (Aiace n.d.r.) senz'altri pari a te si unirà in questo fiore, mostrando sui petali il suo nome."(Ovidio - Metamorfosi libro X vv.203-208). A questo punto, con Giacinto tra le braccia di Apollo, il sangue che scorreva nel prato si trasforma in un fiore simile al giglio ma di colore purpureo, appunto, il giacinto (ma secondo alcuni sarebbe una varietà di giglio) e, proseguendo con le parole di Ovidio, "non ancora contento, Febo, autore di questo onore a Giacinto, verga sui petali di propria mano il suo lamento: AI AI, cosi sul fiore è scritto, lettere che esprimono cordoglio." (Ovidio - Metamorfosi libro X vv.214-216).

Morte di Giacinto Jean Broc
Morte di Giacinto
Jean Broc

A questa tenera versione di Ovidio, c'è da aggiungerne un'altra secondo cui del bel principe si era invaghito anche il Vento dell'Ovest (Zefiro a dire di Pausania) e, secondo questa versione, fu proprio il gelosissimo vento a uccidere Giacinto fermando a mezz'aria il disco lanciato da Apollo, e rimandandolo indietro fino a colpire Giacinto in pieno volto e ucciderlo, così come racconta lo stesso Apollo a Hermes nei Dialoghi degli Dei di Luciano di Samosata: "Imparava a lanciare il disco e io giocavo assieme a lui, quando Zefiro, il più maledetto dei venti, anch'egli da tempo innamorato di lui, non essendo corrisposto e non sopportandone il disprezzo fece questo: come eravamo soliti, io lanciai il disco verso l'alto, e quello, soffiando dal Taigeto, lo spinse fino a scagliarlo sulla testa del ragazzo, cosicché in seguito al colpo uscì molto sangue e il ragazzo morì all'istante. Ma io respinsi subito Zefiro colpendolo con le frecce e inseguendolo mentre fuggiva fino al monte, quindi scavai una tomba per il ragazzo ad Amicle, dove il disco l'aveva colpito, e feci in modo che dal sangue la terra generasse un fiore soavissimo, Hermes, il più bello tra tutti i fiori, che porta ancora incise lettere di compianto per il morto." (Luciano di Samosata - Dialoghi degli Dei XVI, 2 - Ermes e Apollo). Anche in questo caso, come avete letto, Apollo trasformò Giacinto nel fiore che porta il suo nome, ma al suo interno vi era incisa la sua iniziale in greco, Υ, o il lamento del dio, come già detto.

Partenza di Protesilao Léon Bénouville 1821-1859
Partenza di Protesilao
Léon Bénouville 1821-1859

Ma passiamo alla storia dell'altro uomo che, per sua sventura, giunse primo: Protesilao (Πρωτεσίλαος). La sua altrettanto tenera storia d'amore ci riporta a quanto di più celebre ci sia nel mito: la guerra di Troia. Il vero nome di Protesilao era Iolao e fu cambiato in seguito alla sventura che lo colse appena giunto a Troia. Ma partiamo dall'inizio: come per ogni bella storia d'amore, anche Protesilao aveva la sua donna con cui si amava teneramente, il suo nome era Laodamia (Λαοδάμεια) ed era la figlia del re Acasto.
I due innamorati avrebbero voluto ovviamente sposarsi, ma Acasto negava il suo permesso alla figlia in quanto Protesilao era figlio di Ificlo, re di Filace, in Tessaglia, e Astioche, quindi era destinato a governare su terre povere in confronto alle sue. Acasto, però, cambiò astutamente idea quando si vide convocato a partecipare alla guerra di Troia; egli sapeva bene che non poteva rifiutarsi, né aveva figli maschi da inviare in sua vece, quindi pensò bene di far sposare sua figlia Laodamia con Protesilao per poter delegare a questi l'onere di combattere a Troia; Acasto convocò dunque la figlia ed il suo innamorato e comunicò loro che potevano sposarsi, ma avrebbero dovuto farlo subito in quanto Protesilao, allora ancora Iolao, nel suo nuovo ruolo di genero di Acasto, sarebbe dovuto partire il mattino dopo per Troia con le navi del suocero. Come potete facilmente immaginare, i due giovani erano felici di coronare il loro sogno d'amore, ma tristi di separarsi dopo poche ore e preoccupati per la destinazione dello sposo; a questo si aggiunga una profezia che Laodamia conosceva e comunicò all'uomo che aveva appena sposato: "Anche una profezia riserva destino avverso a colui, non so chi, che per primo dei Danai tocchi il suolo troiano: sventurata colei che per prima piangerà la perdita del marito! Facciano si gli dei che tu non voglia essere temerario! Fra mille imbarcazioni la tua nave sia la millesima e per ultima si muova nelle acque trafficate! Anche questo ti raccomando: sbarca assolutamente per ultimo dalla nave!" (Ovidio - Eroidi - Lettera XIII Laodamia a Protesilao).

Laodamia George William Joy
Laodamia George William Joy

Purtroppo per loro la nave di Iolao fu la prima a sbarcare a Troia e il giovane, dimenticando la profezia rivelatagli dalla moglie prima di partire, fu il primo a sbarcare e, dunque, il primo a morire come predetto dalla profezia, trafitto nientemeno che da Ettore; fu da allora che a Iolao fu cambiato il nome in Protesilao, ovvero primo fra tutti. A proposito della morte di Protesilao c'è da dire che, oltre ad essere imprudente a non ascoltare i consigli di Laodamia, fu anche sfortunato; infatti sulla sua nave c'era anche il grande eroe Achille il quale, essendo notoriamente un carattere focoso, era pronto a sbarcare per primo sulla spiaggia di Troia, e sarebbe toccata a lui la triste sorte di Protesilao se sulla stessa nave non vi fosse stata la madre, la nereide Teti, la quale, resasi invisibile, seguiva il figlio per proteggerlo, ed avendo appreso da Apollo la profezia secondo cui il primo dei Greci a toccare il suolo di Troia sarebbe morto, trattenne con una mano il figlio Achille afferrandolo per la cintura e con l'altra diede una spintarella al povero Protesilao affinché sbarcasse per primo. Laodamia, ad ogni buon conto, da fresca sposa dolcemente innamorata, per rendere meno triste l'assenza del marito, prima che Protesilao partisse si era scolpita una statua di cera che lo riproduceva: "Tuttavia, finché come soldato impugnerai le armi in una terra lontana, ho con me un'immagine di cera, che riproduce il tuo volto: a lei rivolgo tenerezze, a lei le parole destinate a te, è lei a ricevere i miei abbracci." Eroidi - Lettera XIII Laodamia a Protesilao).

Protesilao e Laodamia
Protesilao e Laodamia

L'immagine di cera purtroppo le fu di poca consolazione quando seppe che l'uomo appena sposato era morto a Troia. Laodamia allora supplicò gli dei affinché le concedessero altre tre ore con l'amato. Protesilao, dal canto suo, fece la medesima richiesta a Ade nel regno dei morti e, alla risposta negativa del dio, il quale disse che mai era stata fatta simile concessione, Protesilao ribatté che non era vero: "Ti farò ricordare io, Plutone: ad Orfeo, per questo stesso motivo, consegnaste Euridice, e, per far piacere ad Eracle, lasciaste stare Alcesti, che era della mia stessa stirpe." (Luciano di Samosata - I dialoghi dei morti XXVIII,3).
A queste parole si aggiunse il parere favorevole della moglie di Ade, Persefone, e a Protesilao fu dunque concessa un'ultima visita all'amata Laodamia. Apollodoro, (Biblioteca, Epitome 3 vv.239-243) ci racconta cosa accadde in quell'ultimo incontro dei due innamorati: "Quando Laodamia lo vide, pensò che il suo sposo fosse tornato da Troia, e ne fu felice: ma quando Protesilao dovette tornare nell'Ade, Laodamia si uccise."
Secondo altre fonti Zeus, in seguito alle preghiere di Laodamia, si sarebbe commosso e avrebbe dato disposizioni ad Hermes di liberare l'ombra di Protesilao affinché questa animasse la statua di cera, per bocca di questa Protesilao supplicò Laodamia di seguirlo nell'Ade allo scadere delle tre ore e lei si pugnalò tra le braccia della statua.
Secondo un'altra versione ancora, Acasto costrinse la figlia a risposarsi, ma Laodamia, fedele al suo amato Protesilao, trascorreva le notti insieme alla statua di cera, finché non la vide un servo il quale, scambiandola per un uomo, riferì ad Acasto del tradimento della figlia; ma quando il re entrò nella stanza e trovò la statua con le sembianze di Protesilao, pensando di evitare ulteriori sofferenze alla figlia, ordinò di bruciare la statua nel fuoco, ma Laodamia si gettò tra le fiamme pur di non abbandonare Protesilao e vi perì raggiungendo il suo amato nel regno dei morti (Igino, Miti 103-104).
Si narra che Protesilao sia sepolto a Eleo, una città del Cheroneso tracico, e che lì vi siano dei grandi olmi piantati dalle Ninfe affinché ombreggino la sua tomba; e si narra che i rami di questi olmi che guardano verso Troia germoglino rapidamente e perdano le foglie con la stessa rapidità, mentre gli altri rami sono invece coperti di verdi foglie per tutto l'inverno; il mito prosegue aggiungendo che gli olmi che si innalzano fino al punto da poter far scorgere Troia dalle loro cime, si disseccano e nuovi germogli nascano dalle radici. (Plinio il Vecchio, Storia naturale - Quinto Smirneo, I,VII,406-411).