Mitologia e... Dintorni

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L'amore oltre la morte

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L'amore oltre la morte

Orfeo ed Euridice di fronte ad Ade e Persefone
Orfeo ed Euridice di fronte ad
Ade e Persefone

Tutti, dai grandi cantori e poeti di ogni epoca ai più o meno bravi cantanti di ogni era, hanno scritto dell'amore ideale, l'amore eterno che supera ogni ostacolo e barriera, persino la morte. Ognuno di loro deve qualcosa al mito di Orfeo ed Euridice; infatti, nessuna storia d'amore può descrivere l'amore eterno meglio della loro, capace di vivere anche oltre la morte. A tutti voi, cari lettori di miti3000, sembrerà inutile raccontare un mito ben noto anche a chi di mitologia proprio non ne sa niente; eppure, quanti di voi sarebbero disposti a perdonarmi se non lo includessi in questo scritto? Sicuramente in pochi, ed è a loro che chiedo scusa per la storia che sto per narrare.

Orfeo secondo molti era figlio di Eagro, re della Tracia, e della Musa Calliope, ma altri sostengono fosse figlio di Apollo e Calliope o anche Polinnia o ancora Menippe; comunque fosse, la sua discendenza spiega come mai quando lui cantava e suonava il mondo intero si fermava ad ascoltarlo; addirittura con il suo canto ammansiva bestie feroci e faceva piegare gli alberi verso di lui. I suoi genitori, infatti, fecero sì che egli fosse educato alla musica dalle Muse stesse e Apollo gli regalò la lira, che Orfeo suonava come nessun altro. Euridice, la moglie di cui era perdutamente innamorato, era a sua volta una Ninfa Driade e, come tutte le ninfe, era bellissima. Un giorno, mentre passeggiava per i boschi, fu inseguita da Aristeo, anch'egli figlio di Apollo, il quale voleva possederla, e durante la fuga accadde quanto ci descrive Virgilio nelle Georgiche, vv.456-460: " Correndo a perdifiato lungo un fiume, Euridice, ormai segnata dalla morte, per sfuggirti, non vide il serpente mostruoso appostato tra l'erba folta sulla riva. E il coro delle ninfe sue compagne riempì di lamenti i monti più alti;".

Euridice morente nelle braccia di Orfeo Joseph Paelinck 1815-20
Euridice morente
nelle braccia di Orfeo
Joseph Paelinck 1815-20

Aristeo fu severamente punito dagli Dei per aver causato la morte di Euridice, ma lei intanto aveva già raggiunto il regno dei morti, l'ade. Orfeo cercò di trovare conforto nella sua dolce musica, cantando per giorni e giorni poesie per la sua adorata Euridice: "E Orfeo, cercando nella cetra conforto all'amore perduto, solo te, dolce sposa, solo te sulla spiaggia deserta, solo te cantava al nascere e al morire del giorno." (Virgilio, Georgiche, vv.463-466).
Viene naturale chiedersi, leggendo queste splendide parole di Virgilio, come si può immaginare un amore più puro ed eterno di quello di Orfeo. Ma il canto e la musica non riuscivano a confortare Orfeo dell'immenso dolore che provava e dunque egli pensò di raggiungere l'amata nel regno dei morti nel disperato tentativo di convincere Ade a restituirgli la sposa. Orfeo trovò, dunque, la strada per gli inferi e "Poi, entrato nelle gole del Tènaro, il varco profondo di Dite, e nella selva dove fra le tenebre si addensa la paura, si avvicinò ai Mani e al loro re tremendo, a chi non si addolcisce alle preghiere umane. E dai luoghi più profondi dell'Erebo, commosse dal suo canto, venivano leggere le ombre, immagini opache dei morti: a migliaia... Sino al cuore del Tartaro, alle dimore della morte, sino alle Eumenidi dai capelli intrecciati con livide serpi dilagò lo stupore; muto con le tre bocche spalancate rimase Cerbero e insieme al vento si arrestò la ruota di Issione." (Virgilio, Georgiche, vv.466-483)
Tutti, come abbiamo letto, furono commossi dal disperato canto d'amore di Orfeo e ad esso non rimasero indifferenti neanche i sovrani del regno dei morti, Ade e Persefone, i quali impietositi da una tale prova d'amore, acconsentirono a far risalire Euridice nel mondo dei vivi; ma Persefone avvisò Orfeo: "Orfeo del Ròdope, prendendola per mano, ricevette l'ordine di non volgere indietro lo sguardo, finché non fosse uscito dalle valli dell'Averno; vano, se no, sarebbe stato il dono." (Ovidio, Metamorfosi libro X vv.50-52).
Felice di aver ritrovato l'amata moglie che credeva persa per sempre, Orfeo si avviò lungo il buio e ripido sentiero che conduceva al mondo dei vivi, seguito da Euridice e dallo sguardo attento di Hermes, "E ormai non erano lontani dalla superficie della terra, quando, nel timore che lei non lo seguisse, ansioso di guardarla, l'innamorato Orfeo si volse: subito lei svanì nell'Averno; cercò, si, tendendo le braccia, d'afferrarlo ed essere afferrata, ma null'altro strinse, ahimè, che l'aria sfuggente." E, prosegue a raccontarci Virgilio: "Moriva così per la seconda volta, ma non emise un rimprovero nei confronti del suo consorte (e di cosa avrebbe potuto lamentarsi se non di essere amata?). Pronunciò solo un ultimo addio, un addio flebile che a stento poteva ormai giungere alle orecchie di lui, e rimpiombò donde era venuta" (Ovidio, Metamorfosi libro X vv.60-64).

Orfeo ed Euridice si accingono ad uscire dall'Ade Jean Raoux 1718-1720
Orfeo ed Euridice si accingono
ad uscire dall'Ade
Jean Raoux 1718-1720

Potete facilmente immaginare la disperazione di cui fu facile preda Orfeo vedendo l'amata Euridice morire una seconda volta, dopo aver commosso con il suo canto d'amore il mondo intero e persino gli oscuri inferi. Nonostante la sofferenza, però, Orfeo non si diede per vinto, ma tornò a pregare gli dei degli inferi: "Invano Orfeo scongiurò Caronte di traghettarlo un'altra volta: il nocchiero lo scacciò. Per sette giorni rimase lì accasciato sulla riva, senza toccare alcun dono di Cerere: dolore, angoscia e lacrime furono il suo unico cibo." (Ovidio, Metamorfosi libro X vv.73-75).
Dopo aver compreso che nulla ormai avrebbe potuto ridargli l'amata Euridice, Orfeo tornò in Tracia e qui, come spesso accade nel mito, le versioni di ciò che accadde a Orfeo sono diverse. Tutte concordano nel dire che rifiutò l'amore di ogni altra donna, ma mentre Pausania afferma che fu Zeus ad uccidere Orfeo con una delle sue folgori perché, istituendo i Misteri di Apollo in Tracia, si rese colpevole di aver divulgato i segreti degli dei, Virgilio, nelle Georgiche, vv.506-509, ci narra: "Raccontano che per sette mesi continui egli pianse, solo con se stesso, sotto un'aerea rupe presso l'onda dello Strimone deserto, e narrava la sua storia nei gelidi antri, addolcendo le tigri e facendo muovere le querce con il canto" e prosegue spiegando la sua morte: "Nessun amore o nessun connubio piegò l'animo di Orfeo. Percorreva solitario i ghiacci iperborei e il nevoso Tanai, e le lande non mai prive delle brine rifee, gemendo la rapita Euridice e l'inutile dono di Dite. Spregiate dalla sua fedeltà le donne dei Ciconi (popolazione tracia abitante la vallata dell'Ebro, n.d.r.), fra riti divini e notturne orge di Bacco, fatto a brani il giovane lo sparsero per i vasti campi. E ancora mentre l'eagrio Ebro volgeva tra i gorghi il capo staccato dal collo marmoreo, la voce da sola con la gelida lingua, 'Euridice, ahi sventurata Euridice', invocava mentre la vita fuggiva: Euridice echeggiavano le rive da tutta la corrente del fiume." (Virgilio, Georgiche, vv.515-526).

Favola di Orfeo - Angelo Poliziano
Favola di Orfeo - Angelo Poliziano

Ovidio, ne Le Metamorfosi, sostiene la tesi secondo la quale Orfeo diresse il suo amore verso i giovinetti inventando la pederastia e spingendo ad essa anche gli altri uomini della Tracia, attirandosi le ire delle donne che, come già in Virgilio, lo uccisero facendolo a pezzi e tagliandogli la testa. Alla morte di Orfeo, narra sempre Ovidio, gli alberi, gli animali e tutta la natura lo piansero immensamente e, aggiunge il poeta, "dicono che perfino i fiumi si gonfiarono delle proprie lacrime e che le Naiadi e le Driadi si rivestirono di opprimenti veli neri e scompigliarono le loro chiome." (Ovidio, Metamorfosi libro XI vv.47-49).
La testa del mitico cantore, trasportata prima dal fiume Ebro e poi dal mare, arrivò all'isola di Lesbo, dove un maligno serpente avrebbe voluto farla a pezzi tra le sue fauci, ma intervenne Apollo che pietrificò il serpente quindi, sempre seguendo il racconto di Ovidio, "l'ombra del vate scese sotto terra e riconobbe tutti quei luoghi che già aveva visto in un tempo precedente: andò a cercare Euridice nei campi destinati alle anime pie, ve la trovò e l'abbracciò con trasporto. E lì si aggirano l'uno accanto all'altra: talora Orfeo la segue, talora la precede e si volta a guardare la sua donna senza più alcun timore." (Ovidio, Metamorfosi libro XI vv.61-66).
E fu così che finalmente i due innamorati si ricongiunsero e furono per sempre uniti, facendo vivere il loro amore anche dopo la morte. Ma una storia d'amore così bella, dopo aver appassionato e commosso uomini e dei prima in terra e poi negli inferi, non poteva non riflettersi in cielo. Infatti Igino Astronomo, nella sua De Astronomia, narra che Apollo e le muse posero l'immagine di Orfeo in cielo facendone la costellazione della Lira, in modo che la sua storia fosse per sempre sotto, anzi, sopra gli occhi di tutti.