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DoriforoIl Doriforo è una delle sculture più famose del Mann, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Chi potrebbe essere il personaggio raffigurato in questa statua di marmo scoperta a Pompei sul finire del Settecento? Cerchiamo di scoprirlo attraverso i dati emersi dallo studio di un archeologo napoletano: Vincenzo Franciosi

Nella sezione del Mann dedicata alla statuaria campana (al momento chiusa per lavori di ristrutturazione), l’opera che più risalta agli occhi del visitatore per la sua bellezza è il cosiddetto Doriforo di Policleto. L’utilizzo di quest’aggettivo (cosiddetto) oggi appare davvero necessario nel definire tale scultura, alla luce di un’interessante indagine compiuta dall’archeologo napoletano, Vincenzo Franciosi.

Docente presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, lo studioso ha messo in discussione nei primi anni Duemila la tradizionale identificazione della scultura rinvenuta nella Palestra Sannitica di Pompei con il Doriforo realizzato dall’artista greco Policleto di Argo, intorno alla metà del V secolo a.C..

La documentazione ottocentesca: punto di partenza dello studio di Franciosi

Lo studio di Vincenzo Franciosi si è soffermato innanzitutto sulla documentazione relativa all’identificazione dell’opera da parte di Karl Friederichs nel 1862, il quale già tre anni prima, nel 1859, aveva riconosciuto in due statue, sempre conservate all’Archeologico di Napoli, le repliche marmoree dei Tirannicidi Armodio ed Aristogitone, ossia i due assassini di Ipparco, fratello di Ippia e figlio del tiranno di Atene, Pisistrato.

L’archeologo tedesco, appartenente al filone della scuola filologica, nel presentare la sua tesi sul Doriforo in occasione del Winckelmannsprogramme, un convegno annuale di studi in memoria del celebre teorico del Neoclassicismo, ritenne l’opera del Mann proveniente da Ercolano. In realtà il suo fu un errore commesso in “buona fede” in quanto lo studioso non fece altro che recuperare tale dato dal VII libro del Real Museo Borbonico, catalogo redatto da Giovambattista Finati.

Johann Joachim Winckelmann

Il cosiddetto Doriforo del Mann fu invece scoperto a Pompei nel 1797, all’interno della Palestra Sannitica. Trattasi di un edificio, risalente all’epoca in cui la città vesuviana non era ancora del tutto romanizzata a livello politico ed istituzionale ma amministrata da un ceto dirigente di origine italica. In quel periodo, nel II secolo a.C., la Palestra era sede della vereiia, un’istituzione deputata, un po' come l’efebia in Grecia e la iuventus a Roma, alla formazione fisica ed intellettuale dei giovani.

Tornando a Friederichs, va specificato, inoltre, come l’archeologo tedesco avesse eseguito le sue indagini sul Doriforo del Mann in maniera “indiretta”: ovvero, non analizzando direttamente l’opera pompeiana bensì solo un suo calco in gesso. Il modello iconografico rappresentato era tra i più diffusi nel mondo antico: sue repliche furono riconosciute in due statue custodite nella Galleria degli Uffizi di Firenze ed in un’altra conservata in Vaticano. Anche all’interno della Villa dei Papiri, celebre residenza romana di Ercolano nota per la sua ricchissima biblioteca, era stata riconosciuta una copia in bronzo del Doriforo sotto forma di erma-ritratto.

L’integrazione dello scultore Angelo Solari

Un altro solido elemento sul quale Karl Friederichs potè basare la sua tesi fu l’intervento di integrazione compiuto da Angelo Solari, sempre nell’Ottocento, sulla statua di Pompei. Lo scultore-restauratore, in seguito alla ricomposizione dei vari frammenti in cui fu rinvenuta l’opera, decise di inserire nella mano sinistra una lancia che doveva poggiare, con l’estremità superiore, sulla spalla del suo portatore. La mano destra, invece, fu ritenuta sia da Solari che da Friederichs, libera, con il corrispondente braccio che doveva scendere, in riposo, lungo il fianco.

Anche l’attenta analisi stilistica dell’opera della Palestra Sannitica, per quanto eseguita su un semplice calco, permise a Friederichs di rafforzare l’ipotesi di attribuzione a Policleto o quantomeno alla sua scuola. Il cosiddetto Doriforo, difatti, presenta uno schema equilibrato, definibile col termine chiasma. Se con due linee immaginarie si uniscono le membra in tensione della figura scolpita e quelle in rilassamento (braccio sinistro e gamba destra da un lato; braccio destro e gamba sinistra dall’altro), si ottiene la lettera greca “chi”, corrispondente graficamente ad una X. Tale ritmo, secondo Friederichs e tanti altri studiosi seguaci delle tesi di Winckelmann sull’arte antica, è tipico della statuaria ellenica di V secolo a.C., periodo nel quale fiorì il cosiddetto Stile Elevato.

La rivisitazione delle fonti letterarie sul Doriforo

Nelle fonti letterarie antiche si parla spesso del Doriforo di Policleto. Platone, nel Protagora, afferma che l’opera fu realizzata dallo scultore greco, vissuto in età classica, e successivamente esposta nella sua città natale, Argo. Proprio qui, l’archeologo italiano Paolo Emilio Arias pose in evidenza il ritrovamento di una stele funeraria nella quale era rappresentato, a bassorilievo, un atleta nudo il cui schema compositivo era pressoché identico a quello del Doriforo del Mann. L’unica differenza era costituita dall’arma tenuta nella mano sinistra dalla piccola figura raffigurata sul monumento funebre, non una lancia bensì un giavellotto (in greco, ἀκόντιον - akontion).

Le fonti letterarie antiche, inoltre, non specificano chi fosse esattamente questo portatore di lancia scolpito da Policleto. In mancanza di una precisa identificazione, diversi studiosi condivisero tra l’Ottocento ed il Novecento l’idea che si trattasse di Achille, personaggio epico al quale si ispirarono molti scultori greci nella raffigurazione di atleti (da qui, il nome di statue achillee).

Leggendo un passo del Bruto di Cicerone (86, 296) ed un altro dell’Institutio Oratoria di Quintiliano (V, 12, 21), si deduce come il Doriforo di Policleto venisse chiamato anche con il nome di Canone, cioè norma, regola. L’opera dell’artista di Argo doveva essere a tal punto bella e perfetta nel ritmo e nelle proporzioni da fungere come paradigma da imitare.

In Plinio differenza tra Doriforo e Canone

Tuttavia, nel leggere un passo di Plinio il Vecchio (XXXV, 55), Vincenzo Franciosi ha constatato la netta differenza, in termini di identificazione, tra il Canone ed il Doriforo nella produzione di Policleto. Il brano in questione è il seguente: “Polyclitus Sicyonius, Hageladae discipulus, diadumenum fecit molliter iuvenem, centus talentis nobilitatum, idem et doryphorum viriliter puerum. Fecit et quem canona artifices vocant liniamenta artis ex eo petentes veluti a lege quadam, solusque hominum artem ipsam fecisse artis opere iudicatur”.

Proseguendo nell’ analisi del testo pliniano, in un altro passo (XXXIV, 55) Franciosi ha evidenziato una particolare espressione con cui si definisce una delle numerose opere realizzate da Policleto: “nudus telo incessens”. Con il termine telum, in latino si può indicare sia una lancia che una spada ma nella Naturalis Historia per definire la prima (cioè la lancia) si ricorre sempre all’appellativo “hasta”. Appare, dunque, molto plausibile l’idea che questo “uomo nudo che cammina con la spada”, scolpito da Policleto, possa essere identificato con il cosiddetto Doriforo del Mann.

Uno scudo in corrispondenza del braccio sinistro

Spostando la sua indagini sugli aspetti materiali e stilistici dell’opera, Franciosi, ha messo in evidenza forti somiglianze tra l’atteggiamento del suo braccio sinistro e quello delle corrispondenti braccia dei Bronzi di Riace. Le due famose statue bronzee, originali greci rinvenuti nelle acque della Calabria negli anni Sessanta del secolo scorso, recano infatti il porpax, cioè il passante che serviva ad appoggiare lo scudo sull’avambraccio, mentre la posizione delle dita lascia ipotizzare l’originaria collocazione dell’antilabè, ossia la sua impugnatura.

Secondo Vincenzo Franciosi, dunque, nella mano sinistra del cosiddetto Doriforo del Mann non doveva esserci una lancia. La sua punta inferiore, infatti, si sarebbe trovata in una posizione inusitata, in quanto troppo rialzata e pericolosa per il visitatore, che avrebbe rischiato di urtarla nell’atto di avvicinarsi alla statua. Inoltre, in virtù di alcune prove eseguite insieme al restauratore Umberto Minichiello, l’archeologo napoletano ha constatato come un qualsiasi strumento allungato passante tra le sue dita non si appoggerebbe naturalmente sulla fossa sovraspinata della spalla bensì sulla testa dell’omero: una collocazione, questa, assolutamente scomoda e inadatta. Sempre dai recenti restauri, inoltre, sono venute alla luce alcune tracce di ossidazione in corrispondenza dell’avambraccio sinistro della figura rappresentata: un dato che lascia presumere l’originaria presenza di un porpax metallico, proprio come nel caso dei Bronzi di Riace.

Una spada nella mano destra

La mano destra del cosiddetto Doriforo, a giudizio di Franciosi, non dovrebbe poi considerarsi libera, così come aveva supposto Friederichs, bensì occupata da un oggetto, che potrebbe facilmente corrispondere all’impugnatura di una spada. D’altra parte, le armi da offesa erano sempre tenute dai guerrieri in questa mano; giammai nella sinistra, che invece serviva per porgere lo scudo in caso di attacco del nemico.

Dunque, nella ricostruzione di Franciosi, il cosiddetto Doriforo del Mann altro non è che un “viriliter puer”, cioè un adolescente ormai dall’aspetto adulto, che è colto nell’atto di incedere reggendo una spada, nella mano destra, ed uno scudo, sul braccio sinistro.

La possibile identità

Giunto a questo punto del suo studio, l’archeologo napoletano ha tentato di ricostruire la reale identità della statua di Pompei. La risposta al suo interrogativo è giunta da Messene. Qui, dallo scavo del ginnasio dell’antica polis greca, diretto da Petros Themelis sul finire degli anni Novanta del secolo scorso, sono emerse tre figure frammentate, corrispondenti rispettivamente ad un Ermes, ad un Eracle e ad un Teseo. Sulla storia di quest’ultimo personaggio mitologico, è bene ora soffermarsi brevemente.

Teseo, figlio di Etra e di Egeo, è un eroe legato profondamente alla storia di Atene. E’ colui che realizzò il sinecismo, cioè l’aggregazione di più villaggi rurali (demi) che portò alla nascita dell’antica città dell’Attica la quale, tra l’altro, istituì in suo onore numerose festività, tra cui le Panatenee, le Oscoforie e le Sinecie.

Secondo il mito, in realtà, Teseo fu un figlio non desiderato dal padre Egeo, il quale, dopo aver saputo che la sua amante Etra era rimasta incinta, depose sotto un macigno i suoi sandali ed una spada. Soltanto se fosse riuscito un giorno a scoprire questi oggetti, dopo aver superato una serie di prove, l’eroe sarebbe stato riconosciuto da suo padre, diventando dunque erede al trono di Atene. Proprio questa spada ritrovata fu l’arma utilizzata per uccidere il Minotauro, celebre mostro abitante nel Palazzo di Cnosso a Creta, al quale erano inviati ogni anno sette fanciulli e sette fanciulle ateniesi in segno di sottomissione.

L’ipotesi di Vincenzo Franciosi sul cosiddetto Doriforo del Mann appare, alla luce di tutti questi dati esposti, piuttosto convincente. Pertanto, è auspicabile che, con la riapertura della sezione del museo napoletano sulla statuaria campana, si proceda all’aggiornamento dei pannelli didascalici relativi all’opera, pur mantenendo la sua originaria denominazione che, per quanto scorretta, ha contribuito a determinarne nel corso del tempo l’enorme fama.

                                                   Angelo Zito