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Mazdeismo e...

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Il Mazdeismo, il Mitraismo e il Manicheismo

Fra le tribù ariane che invasero la Persia (e che in seguito si stabilirono in India), due gruppi espleteranno un ruolo importante nella storia: i Medi, conquistatori di Assur e di Ninive, e i Persiani, vincitori di Susa. I fondamenti religiosi che portano con loro sono simili o paralleli ai Veda: lo stesso panteismo, lo stesso culto della natura, la stessa venerazione del fuoco e delle forze astratte dell'universo; da questo substrato nascerà, nel VI secolo a.C., il mazdeismo. I Medi - dominati dai loro «cugini» persiani - hanno una potente classe sacerdotale: i magi; fra di loro sarebbe nato, VII secolo a.C., Zoroastro, fondatore dello zoroastrismo, che si fuse progressivamente con il mazdeismo. Il risultato di questa evoluzione fu il mazdeismo classico, introdotto dalla dinastia sassanide nel III secolo d.C. e distrutto dall'Islam.

I mazdeisti, perseguitati, emigrarono allora nell'VIII secolo nella regione di Bombay, dove essi costituiscono ancora attualmente il gruppo religioso dei Parsi. Certi zoroastriani vivono nelle regioni centrali dell'Iran: sono i Guebri.

Zend-Avesta

Le nostre conoscenze sull'antica religione persiana derivano quasi esclusivamente dall'Avesta, una raccolta di composizioni religiose di epoca e contenuti differenti. La parola Avesta significa probabilmente «testo fondamentale» in opposizione alla versione o commentario chiamato Zend, di qui la definizione di Zend-Avesta per indicare il testo e il commentario.

Secondo una tradizione tramandata dai Parsi, Zoroastro compilò una raccolta di versi su dodicimila pelli di bue, comprendenti l'Avesta e il suo commentario, che depositò nel tesoro del palazzo reale di Shiz, mentre una copia sarebbe stata inviata all'archivio di Persepoli. Ma si ha ragione di credere che la compilazione risalga ad epoca successiva, poiché, nel periodo considerato, non era conosciuta la scrittura, mentre si trovano riferimenti di compilazione attribuiti al periodo di un re Dario II o III, ciò che fa propendere per la versione secondo cui l'opera sia stata composta in epoche diverse da vari sacerdoti persiani. Secondo la stessa leggenda dei Parsi, la copia mandata a Persepoli andò distrutta durante l'incendio della città da parte di Alessandro, mentre l'edizione conservata a Shiz fu asportata dai Macedoni e condotta ad Alessandro dove fu tradotta in greco.

L'Avesta giunta sino a noi è solo una piccola parte di quella esistente al tempo degli Assacidi e dei Sassanidi; dei libri che costituivano la raccolta solo uno, il Vendidad, è arrivato integro.

La raccolta odierna si divide in cinque parti:

  • lo Yasna, che si può considerare un libro liturgico, il cui nucleo principale è costituito dalle Gatha, il nocciolo più antico e primitivo, che fu sempre in grande onore presso i Persiani come la parte più sacra dell'Avesta;
  • il Vispered, che è da considerarsi come un'appendice al primo libro, anch'esso di uso liturgico, si recita nelle funzioni religlose;
  • il Vendidad, «contro i devi», contiene riti di purificazione, prescrizioni legali, sanzioni ecclesiastiche insieme a descrizioni geografiche e cosmografiche;
  • gli Yashts sono canti sacrificali in onore di singole divinità che presiedevano ai giorni del mese, e sono ordinati secondo il calendario mazdeo;
  • il Khorda Avesta, «la piccola Avesta» è un breve estratto dell'opera che serve come libro di preghiere per i laici nelle diverse vicende della vita.

Zarathustra o Zoroastro

Un ruolo centrale nell'Avesta è occupato da Zarathustra, in greco Zoroastro, considerato come il divulgatore della religione Mazdea. Le leggende e le tradizioni a noi pervenute su questo personaggio potrebbero indurci a mettere in dubbio la sua reale esistenza storica, ma le Gatha ce lo presentano come un uomo realmente esistito intorno al settimo secolo a.C. Discendente della famiglia Spitama, consacra la sua vita alla diffusione della dottrina, alla quale guadagna anche Kavi Vishtapa, padre di Dario, e alcuni suoi ministri.

Circa il luogo di nascita di Zarathustra, i pareri discordano: alcuni lo fanno nascere vicino alla città di Ragai, le cui rovine si trovano non lontane da Teheran, altri nella parte orientale del paese, nei dintorni del lago Hamun.

Una soluzione di compromesso tra i dati dell'Avesta e le leggende dei Parsi ha fatto nascere Zarathustra nell'Iran occidentale e diffondere la sua dottrina nella parte orientale del paese, ma tale versione non è suffragata da dati storici. Si sa comunque che morì di morte violenta, a settantasette anni, mentre era intento ad un sacrificio presso l'altare del fuoco.

Aspetto metafisico

Gli inni più antichi riportati dalle Gatha esprimono lodi all'Essere supremo, che occupa il posto principale, circondato da altre divinità celesti che svolgono mansioni di ministri ed esecutori della sua volontà. L'Essere supremo viene chiamato ora Ahura, cioè «signore», ora Mazdah, cioè «saggio», ora Ahura Mazdah, che significa quindi «saggio signore»: donde i seguaci della dottrina di Zarathustra sono definiti mazdei.

Non si ha assoluta certezza circa la natura monoteista o dualista del mazdeismo, perché, mentre in alcuni inni delle Gatha si parla di un essere supremo che domina il creato, in altre parti della dottrina si fa riferimento a due principi eternamente in lotta fra loro: il principio buono e il cattivo, entrambi eterni. Le discrepanze e le incongruenze nella concezione di Dio trovano forse una spiegazione in una evoluzione della dottrina del fondatore della religione mazdea, costretto a dare una soluzione al problema del male.

Dapprima Zarathustra aveva dovuto affrontare il politeismo indo-europeo, e da questa battaglia era giunto alla concezione di un Dio unico e supremo contro la miriade di divinità spesso volgari e rozze. Ma quando si era trovato di fronte il problema del male, non aveva saputo superarlo altrimenti che attraverso la definizione di due principi, entrambi eterni, che si contrapponevano: il bene e il male, ciò che fa pensare a due realtà sovrapposte e quindi in contraddizione con un unico essere supremo.

Ahuramazda è il creatore tanto del mondo spirituale quanto di quello materiale, l'ordine del mondo e la regolarità del suo corso sono opera sua. Egli ha anche stabilito le sanzioni su questa terra, ma specialmente nell'aldilà, in cui ciascuno avrà ciò che si è meritato attraverso la sua opera. La sua attività sul mondo è continua e benefica, e consiste nel premiare le creature che combattono per il bene, nel dirigere la lotta contro il male, nel promuovere sempre di più la giustizia e la verità.

Nella sua attività, il Saggio signore è coadiuvato da divinità del bene, quali Asha, «Verità», Vohu Manah «Retto sentire, Benevolenza», Haurvatat «Integrità» e Amstatat «Immortalità», esseri morali superiori ad ogni umana passione e umana necessità.

In opposizione ad Ahuramazda e ai suoi collaboratori, operano le potenze del male, definite genericamente daeva «dei», il cui massimo rappresentante è Angramanins «lo spirito cattivo» accompagnato da una personificazione femminile del male, Druj «la menzogna». La loro è un'opera di morte contro la vita, di disordine contro l'ordine, di menzogna contro la verità, di barbarie contro la cultura.

Altri esseri celesti erano gli Ameshaspenta, che formavano la corte di Ahuramazda e svolgevano funzioni di ministri. La dottrina di Zarathustra rappresentò, per i suoi contemporanei, più che una riforma al politeismo imperante, una vera e propria rivoluzione, anche se non possediamo una esatta documentazione della religione precedente al mazdeismo.

Aspetto sociale

La riforma attuata da Zarathustra, oltre che contrapporsi alle leggende e ai miti religiosi, ebbe anche una grande importanza nel delineare un nuovo tipo di società attraverso concetti etici e religiosi. La divisione del regno spirituale ha una sua pratica attuazione anche nella vita degli uomini: l'uomo è la più perfetta creatura del Saggio signore e combatte per affermare il suo regno sulla terra. Gli uomini sono divisi in due eserciti: quello della verità e quello della menzogna.

Nella concezione della società delineata da Zarathustra, l'esercito del male viene rappresentato da nomadi predoni che vivono di incursioni e ruberie a danno di pacifici abitanti sedentari che vivono dei frutti della terra e del loro lavoro: l'esercito del bene. Questa concezione trova fondamento in una situazione sociale tipica della Persia di quell'epoca: la lotta tra pacifici abitanti e nomadi predoni caratterizzò per lungo tempo la vita del paese.

Scopo principale della riforma di Zarathustra fu quindi stabilire in sedi fisse le tribù girovaghe, inculcando in esse l'amore per la casa e i campi e il rispetto di tutti gli animali utili all'economia domestica (specialmente la vacca) e, per converso, la loro avversione per le feste che comportavano sacrifici di animali. Grande merito per l'uomo che contribuisce a creare una ben ordinata società, caratterizzata da una tranquilla convivenza sociale, difendendola da ogni pericolo o incursione esterna: ciò che risulta già realizzato nel regno del Saggio signore.

I doveri principali di chi fa parte dell'esercito del bene sono la lealtà e sincerità, la ricerca della giustizia e della verità, la lotta contro il male per un'armoniosa convivenza sociale, cosicché scarsissimo posto occupa il culto esterno nell'attività di questi uomini.

Aspetto etico

L'etica del mazdeismo può essere sintetizzata nelle tre espressioni che ricorrono anche negli scritti più antichi: retto sentire, retto parlare, retto operare; un'etica che non si riferisce solo alla sfera esterna dell'uomo ma che permea tutta la sua vita interiore.

Caratteristiche principali di questa etica sono il culto di Mazdah, la lotta al male, il rispetto degli altri, che si estende anche agli schiavi e agli animali; in altri termini l'amore verso tutto ciò che può essere riferito ad una identità di ideali religiosi e sociali. Nella comunità mazdea fiorirono la beneficenza e il mutuo soccorso fra tutti gli appartenenti alla stessa fede.

Un carattere universale di questa religione fu quello dell'educazione a dire sempre la verità. A questo proposito Erodoto (Historiae), ci informa che al giovane persiano veniva insegnato a cavalcare, a maneggiare l'arco e a dire la verità, come pure che i Persiani odiavano soprattutto la slealtà e, subito dopo, il far debiti, perché ciò suole essere occasione di inganno. Un posto importante nell'insegnamento religioso era assegnato al concetto di purezza, nel senso di sani costumi.

La legge prevede il rispetto della famiglia, e una prole numerosa era considerata un dono dal cielo, mentre pene gravissime erano previste per coloro che indulgevano a vizi contro natura. Grande merito rivestivano l'operosità e l'attività manuale, attitudini che contribuivano alla creazione di una società ordinata e tranquilla.

Nella sua attività l'uomo poteva venire in contatto con elementi impuri, oggetti o animali, in questo caso era previsto un dettagliato rituale per liberarsi dalle impurità, prescrizioni meticolosamente determinate che tendevano a preservare da ogni impurità gli elementi che, presso i mazdei, si consideravano sacri: il fuoco, l'acqua e la terra.

La cremazione dei cadaveri era un crimine orrendo, perché il contatto con il morto profanava il fuoco, e chi si fosse reso colpevole di tale profanazione veniva punito con la pena di morte. Parimenti era proibita l'inumazione del cadavere per evitare il contatto di un elemento impuro con uno sacro, la terra. Se nonostante tutte le precauzioni la terra era profanata dal cadavere di un uomo o di un animale, quella parte della terra doveva restare incolta per un periodo minimo di un anno. Di qui la difficoltà e la complessità di rituale nella sepoltura dei morti, i quali, dopo essere stati lavati e deposti in casse di ferro, erano condotti in luoghi solitari e considerati impuri e quindi esposti nudi su una costruzione cilindrica con il tetto spiovente verso l'interno, la torre del silenzio, dove era situato un pozzo. Dopo un certo tempo, del cadavere, esposto alle intemperie e agli uccelli rapaci, non rimaneva altro che lo scheletro che veniva fatto cadere nel pozzo.

La religione mazdea prevedeva penitenze e battiture, dosate secondo le impurità da espellere, oltreché la nozione del peccato, come trasgressione e offesa delle divinità delle quali ciascuno deve rendere conto in questa e nell'altra vita. In tempi più recenti fu introdotta la remissione dei peccati, la confessione (patet), consistente nell'accusa personale ad un ministro dei propri peccati, ed il proposito di non ricadervi. Questa confessione può essere fatta in varie circostanze, ma è specialmente consigliata sul letto di morte, quando l'uomo è in procinto di dover rendere conto delle azioni della sua vita

Il culto nella Religione Mazdea

Non fa meraviglia che la complessa religione mazdea prevedesse un ruolo importante per il culto e per la preghiera. A proposito della preghiera, per la prima volta essa non ha solo una funzione propiziatoria dei favori della divinità, ma chiede alla divinità la forza per combattere gli spiriti cattivi.

La classe dei sacerdoti «athravan», destinata prevalentemente al culto del fuoco, veniva reclutata tra le famiglie meglio istruite, cioè dalla classe dei magi, che non erano necessariamente sacerdoti essi stessi. Il sacerdote mazdeo, denominato Mobed, si distingueva dai comuni fedeli specialmente durante le cerimonie, che erano a lui esclusivamente demandate. Davanti all'ara del fuoco aveva sulla bocca un velo perché l'alito non inquinasse il fuoco, portava una correggia di cuoio, di cui forse si serviva per distruggere animali considerati impuri, un bastone ed un coltello, che avevano lo stesso scopo. Il sommo sacerdote era chiamato Zarathustrotema e pare che avesse un potere temporale oltre che religioso; si narra, infatti, della sua grande influenza presso la corte del re.

Compito principale del sacerdote è il culto del fuoco, il quale veniva praticato in epoche lontane in veri e propri templi, ma più recentemente in piccole cappelle, in luoghi che il sacerdote sceglieva durante i suoi viaggi per la diffusione della fede. All'interno delle cappelle vi era un vano, al quale poteva accedere il pubblico dei fedeli, dove si trovava un vaso posato su una pietra quadrangolare, vaso che conteneva il fuoco sacro. Una campanella era appesa al vaso metallico e serviva per chiamare i fedeli cinque volte al giorno, quando il sacerdote entrava nella cappella per rianimare il fuoco. In un secondo vano erano praticate le altre cerimonie della liturgia, aperto al pubblico, vi si cantavano gli inni sacri ed erano deposte le offerte dei fedeli alla divinità, generalmente carne e focaccia, che, benedette con speciali preghiere, andavano poi a beneficio dei sacerdoti.

Poiché il culto giornaliero assorbiva completamente il tempo del sacerdote era naturale che la comunità provvedesse al suo sostentamento. I sacerdoti, reclutati da speciali famiglie, ricevevano una educazione adatta sin dall'età di sette anni, a quattordici anni dovevano superare un esame, che li ammetteva alla pratica attiva del culto; solo una volta che avessero imparato a memoria lo Yasna e il Vendidat, ricevevano la nomina a mobed con l'annessa funzione di accudire al culto del fuoco.

Diffusione della dottrina di Zarathustra

Piuttosto arduo si presenta il compito di definire la dottrina di Zarathustra, perché mancano documenti che permettano di seguirne le tracce. Dai vari aspetti di questa dottrina, quello sociale etico di natura pratica meglio si presentava di quello dottrinale ad una comprensione universale e quindi ad una più larga diffusione. I principi di moralità, di giustizia, di lealtà fanno parte della natura stessa dell'uomo, mentre il concetto di ordine sociale, proprio perché assicurava una tranquilla e armoniosa esistenza, andava bene sia per il popolo, sia per il principe.

L'elaborazione dottrinale, invece, caratterizzata da purezza di linea, difficilmente aveva presa sul popolo ancora legato a forme di vita e di civiltà rudimentali, né la sobrietà dei riti di questa religione poteva colpire la fantasia di queste popolazioni abituate alla ricchezza e alla esuberanza del culto politeistico. Quindi la dottrina di Zarathustra fu considerata più una dottrina filosofico-teologica che una religione, e come tale ebbe una diffusione eminentemente tra una ristretta cerchia di gente colta.

A proposito di questo cenacolo, Erodoto parla dei Magi, una tribù della Media, che costituirono una classe chiusa con poche leggi e costumi. Ben presto la classe dei Magi divenne potente specialmente alla nascita del regno achemenide, tanto che si narra che nessuno poteva salire al trono se non avesse prima ricevuto l'educazione dei Magi. La posizione dei Magi rispetto al popolo, radicato ad una religione politeistica e panteistica, può paragonarsi a quella fra Greci e Romani: i Magi, pur costituendo una èlite di pensiero che non aveva permeato completamente il popolo, partecipavano ai riti svolgendo opera di sacerdoti. Solo alcuni principi di etica di Zarathustra furono introdotti ed assorbiti dalla massa, cosicché la dottrina perse nel tempo i suoi caratteri di purezza.

A questo processo deve farsi risalire lo Zrvanismo, da Zrvan «il tempo», la più grande divinità dalla quale discendono i due spiriti: lo spirito buono Ahuramadza, ed il cattivo Ahrinan, che, in continua lotta fra loro, si dividono il mondo. Queste trasformazioni, iniziatesi al tempo degli Achemenidi, continuarono anche nel regno degli Arsacidi e dei Sassanidi; durante il regno di questi ultimi, il re Ardechir elevò il Mazdeismo a religione dello stato e dell'Avesta fece il libro sacro dei mazdei. Alla caduta del regno dei Sassanidi, ad opera degli Arabi, il popolo in massa passò all'islamismo; pochi mazdei rimasero in Persia, mentre altri preferirono un'altra patria ed emigrarono in India.

Un vestigio religioso vivente: I Parsi (= Persiani)

I Parsi sono zoroastriani rifugiatisi in India dallo VIII secolo e la cui città centrale è, dal 1640, Bombay. Influenzati dalle dottrine induiste, i parsi sconfessarono progressivamente i Gatha di Avesta e fecero della loro religione un puro ritualismo. Non fu che nel XIX secolo, di fronte alla concorrenza del cristianesimo, che certi parsi, reclamando il «ritorno» ai Gatha, ridiedero nuovo slancio alla loro religione.

Il rituale parsi

La religione è soprattutto un'adorazione di Ahura Mazda, il cui fuoco sacro è mantenuto in permanenza nei templi dai sacerdoti. I parsi ripetono essenzialmente la preghiera fondamentale dello zoroastrismo, che è una professione di fede nella religione di Ahura Mazda. Le pratiche più importanti rimangono quelle dello zoroastrismo: evitare ogni contaminazione della terra, del fuoco e dell'acqua (da ciò il fatto che i morti non vengono inumati bensì posti sopra torri circolari, e le ossa, fatte cadere in un pozzo sono periodicamente estratte per essere conservate in un ossario). I Parsi festeggiano l'Anno Nuovo, Yazdegard, e il ricordo dell'ultimo re sassanide detronizzato dal califfo Omar nel 640 d.C.

Il Mitraismo

Allo scarso materiale documentario dei Gatha, che accentra la creazione del mondo nella persona del Saggio-signore e dei suoi ministri, nell'Avesta recente troviamo una molteplicità di divinità destinate a diverse attività e dai tratti caratteristici differenti, che ricordano, ed in un certo senso recuperano, complesse leggende ereditate da epoche remote. Il culto di due divinità ebbe una influenza e diffusione notevole presso i Persiani e i popoli che vennero in contatto con essi: il culto di Mitra e di Anahita.

Mitra, conosciuto da alcuni come tutore della fedeltà e dei patti, da altri come divinità solare, tenuta in grande considerazione presso gli Ari (pare che anche Zarathustra ne avesse notizia), rimasto nell'ombra per lungo tempo, fu elevato a grande splendore da Artaserse II (404-358 a.C.) che gli elevò altari e templi. É inoltre presentato come dio della guerra, una funzione che sarebbe divenuta preponderante in Occidente e che gli avrebbe conquistato gli animi dei legionari romani. Si trova raffigurato su un carro di guerra tirato da fulvi cavalli, armato di aguzze lance, di frecce e di clava mentre combatte un feroce cavaliere.

Quale divinità solare è adorato durante l'estate avanzata in una festa a lui dedicata: il Mithragan, nel giorno del solstizio, solennità di carattere lieto, cui prendeva parte anche il re con la corona solare sul capo.

Considerato, non senza contrasti, a volte superiore per importanza allo stesso Ahuramazda, trovò il più grande riconoscimento nel periodo ellenistico, quando il suo culto si diffuse nelle province dell'impero romano. Ciò spiega come si siano trovate vestigia del culto di Mitra in tutte le regioni del globo dove ci sono state delle guarnigioni romane, persino in Inghilterra e in Irlanda.

Secondo la leggenda, Mitra sarebbe nato da una roccia e avrebbe avuto, come primi adoratori, dei pastori. Fra i miracoli che avrebbe compiuto, Mitra ha in particolare ucciso un toro sacro il cui sangue, scorrendo, avrebbe fertilizzato la terra.

Il culto mitriaco

É celebrato nei simulacri racchiusi in grotte, per commemorare la nascita miracolosa del dio. L'iniziazione al culto comprendeva una istruzione molto lunga e cerimonie i cui riti ricordano quelli del cristianesimo primitivo: battesimo con l'acqua, pasto in comune (comunione del pane e dell'acqua). Le preghiere, numerose in questo rituale, lasciavano sperare che dopo la morte i corpi sarebbero risuscitati all'appello di Mitra e sarebbero saliti in cielo o precipitati nelle tenebre, secondo la natura delle loro azioni sulla terra.

La potenza del mitraismo nell'Impero romano fu considerevole; il primo giorno della settimana era consacrato al Sole e divenne la domenica dei cristiani; il 25 dicembre era la festa del Sole di cui Mitra era il compagno.

Riassumendo, il culto di Mitra è dualista, come quello di Ahura Mazda; è anche un culto soterilogico (legato alla salvezza dell'anima).

Tuttavia, le credenze nella risurrezione, la speranza di una vita futura e i riti, che noi abbiamo segnalato, hanno forse un carattere anteriore alle abitudini religiose degli Iraniani. Numerosi autori hanno pensato che vi fosse nel mitraismo un miscuglio che P. Masson-Oursel così definì: «Un miscuglio persiano-babilonese, colato in stampi ellenistici». (Si è anche tentato di paragonare Mitra al dio Sole dei Babilonesi, Shamash).

A influssi babilonici si fa risalire la figura di una divinità femminile, Anahita. All'epoca di Artaserse II ebbe sacelli e templi in vari luoghi dell'impero. La si rappresenta in figura di leggiadra fanciulla, di nobile e distinta discendenza, adorna di alta cintura o rivestita di mantello persiano mentre stringe nella mano ramoscelli per il sacrificio.

La sua natura, simile a quella di Astarte, ne fa una speciale protettrice delle donne, ma appare anche come protettrice delle acque ed i suoi templi generalmente sorgevano presso corsi d'acqua. Diffusissimo era il suo culto nell'Asia Minore e nell'Armenia, dove la città di Akilisene prese il nome di Anahita.

In questa regione, secondo Strabone, era in uso la prostituzione sacra, per cui le fanciulle, prima di contrarre matrimonio, si esponevano nel tempio senza che nessuno trovasse a ridire su questo comportamento. Per queste caratteristiche di culto, essa si distacca dalla severa dottrina mazdea, e rende verosimile l'ipotesi di una sua parentela babilonese come copia della dea Ishtar.

Per il prevalere della molteplicità di dei nella religione mazdea, col passaggio dalla concezione spirituale della divinità alla concezione antropomorfa, sorsero templi ed altari che prima non esistevano tra cui sono rimasti famosi quelli fatti costruire da Artaserse II per Mitra e Anahita.

Mani

Mani nacque vicino a Ctesifonte, nella Mesopotamia meridionale, nel 215-216 d.C., da genitori entrambi persiani. La madre, secondo una tradizione, discendeva da famiglia principesca Arsacide, il padre, originariamente seguace della dottrina mazdea, era passato ad una setta di battezzatori a tendenze encrastiche. Cresciuto in una regione crogiolo di lingue, costumi e credenze diverse, Mani si prefisse di delineare un sistema che accogliesse le diverse tradizioni e si adattasse ai popoli più diversi.

Non intendeva introdurre una nuova dottrina, ma operare una sintesi tra le maggiori dottrine esistenti: buddismo, mazdeismo e cristianesimo.

Agevole gli risultò la lettura e l'apprendimento delle dottrine cristiana e mazdea, mentre più problematico fu per lui l'apprendimento dell'insegnamento buddista. A questo scopo si recò in India, dove fondò alcune comunità prima ancora di iniziare la sua missione in Persia. Tornato in Persia, cercò il favore del sovrano per ottenere una migliore diffusione della sua dottrina, ma dopo alterne vicende con i vari sovrani succedutisi nel corso della sua vita, osteggiato continuamente dai Magi portatori della religione mazdea, fu condannato a morte e il suo cadavere fu scorticato, impagliato ed esposto (277 d.C.).

Né miglior sorte fu riservata ai suoi discepoli: banditi dalla Persia, essi si stabilirono nel Turkestan cinese, dove riuscirono a convertire il Kan degli Uiguri e la sua corte nel 772. Nell'840 gli Uiguri furono battuti dal Kirghisi, e ciò comportò varie persecuzioni ai manichei attraverso una serie di editti culminati in quello del 1370, che diede loro il colpo di grazia. Altri discepoli si stabilirono in Occidente, sulle rive del Mediterraneo, ma gli imperatori romani cristiani non resero la vita facile a questi missionari, il che portò ad una progressiva scomparsa del loro apostolato, che lasciò tuttavia una traccia sino al Medioevo.

Il Manicheismo

La dottrina di Mani è un dualismo; essa ha qualche relazione con una dottrina anteriore allo zoroastrismo e di origine babilonese: lo zervanismo. Secondo questa dottrina, Zervan (il Tempo) avrebbe generato due gemelli: Ormuzd e Ahriman, rappresentanti l'uno il Bene e l'altro il Male.

Mani «dimenticò» il monismo dello zervanismo per conservarne solo la concezione dualistica. Fin dall'origine esistono due principi: il principio buono e il principio cattivo. Nell'uomo la materia è cattiva per sua natura ed appartiene al regno delle tenebre, mentre lo spirito è una particella della luce che ha la sua origine in cielo ed in cielo deve ritornare. Il dualismo che esiste nell'uomo si ritrova anche nel mondo, negli elementi; scopo della religione è di separare, tanto nell'uomo quanto nell'universo, la luce dalle tenebre.

La commistione tra luce e tenebre è spiegata da Mani attraverso un sistema cosmologico da lui elaborato: sin dall'inizio del mondo esistono il «Regno della luce», in alto in cielo, e il «Regno delle tenebre» più in basso.

Nel regno della luce domina il padre della maestà e della luce contornata da cinque membra che prendono nomi diversi secondo le fonti pervenuteci: intelligenza, ragione, pensiero, riflessione e volontà.

Nel regno delle tenebre domina il re delle tenebre e le sue membra: nebbia, incendio, vento caldo, veleno e tenebre. Il contatto fra i due regni porta all'invasione delle tenebre nel regno della luce, di qui l'esigenza di quest'ultimo di liberarsi di questi corpi estranei.

Attraverso una complessa lotta e reazione, il regno della luce genera tre esseri: Ohrmuzd, il primo uomo; Ban, lo spirito vivente e Mithra, il terzo messaggero; essi, in varia misura, agiscono per liberare il mondo dalle tenebre.

L'uomo ancora non esiste; il primo uomo, di cui si è parlato, è una creazione celeste che non ha nulla dell'uomo corporeo. Adamo è un parto del Dio delle tenebre, l'uomo è generato per tenere prigioniere le particelle della luce. Il Signore della luce per liberare l'uomo, o piuttosto la parte celeste del composto umano, manda un inviato speciale, Gesù, che deve svegliare l'anima dal torpore della materia e dare coscienza della sua origine e dignità.

Tale liberazione dell'anima dalla materia si compie in tre atti: in un primo atto l'anima riceve la dottrina, che le fa conoscere lo stato in cui si trova, quindi le dà coscienza della sua dignità e origine, segue l'elevazione dell'anima e la sua ascesa nelle regioni celesti.

Alla fine dei tempi anche il mondo subirà una catastrofe: analogamente alla tradizione avestica, questa sarà preceduta dall'apparizione di un essere divino. Un incendio purificherà l'universo, e ciò che ne rimarrà, ormai liberato dalle particelle delle tenebre, costituirà un nuovo regno terreno dominato dal principio del bene.

Organizzazione, etica e culto

L'organizzazione religiosa manichea era basata sulle divisioni dei fedeli in due grandi classi: quella degli eletti «figli del mistero» e quella degli uditori «figli dell'intelligenza». I primi erano i seguaci della religione nella sua forma più rigida ed integrale, i secondi potevano essere considerati semplici aderenti.

I doveri degli eletti consistevano nella continenza dei piaceri sessuali e della procreazione, nell'astinenza da diversi cibi e bevande nel rifuggire l'ipocrisia, le pratiche superstiziose e i lavori manuali. Tali doveri venivano rappresentati con il triplice sigillo: signacula oris, manus et sinus. L'obbligo di astenersi dalla procreazione trovava il suo fondamento nel principio che la nascita di nuovi esseri portava al propagarsi della materia e quindi al prolungamento della prigionia della luce nei corpi, mentre quello di astenersi dai lavoro manuali li rendeva dipendenti dagli uditori che dovevano provvedere al loro sostentamento, costituito prevalentemente da cibi puri.

Gli eletti erano organizzati in gerarchie: al grado supremo vi erano dodici maestri «figli della mitezza», seguivano 72 episcopi «figli della scienza» e quindi i presbiteri «figli della saggezza». Il capo della gerarchia, conosciuto in Occidente con il nome di princeps, era eletto dai magistri e risiedeva prima a Babilonia, e poi, in seguito alle persecuzioni, a Samarcanda. Meno rigidi erano gli obblighi per gli uditori, i quali si dovevano limitare a coadiuvare gli eletti nelle loro varie funzioni, senza peraltro che fossero richiesti di farlo.

Dai peccati commessi potevano liberarsi attraverso la confessione, il cui preciso formulario è giunto sino a noi attraverso manoscritti turchi. A questo proposito è interessante notare come nella parte dottrinale di questo formulario siano enunciati, sia pure schematicamente, i dieci comandamenti della dottrina cristiana. La confessione doveva avvenire ogni lunedì e comprendeva l'obbligo, per gli uditori, dell'elemosina, del digiuno sette volte all'anno, specialmente alla vigilia della cena sacrificale, a cui partecipavano non solo gli eletti ma anche gli uditori.

Molto meno sappiamo a proposito del culto; da qualche inno deduciamo una certa profondità di sentimento religioso, una intensa convincente pietà non disgiunta da un forte senso di pessimismo sulla triste condizione dell'uomo e del mondo. Tra gli inni religiosi, rinvenuti in Asia centrale, si distingue l'inno a Gesù, in cui si invoca soccorso ed aiuto. Anche Budda è invocato negli inni, mentre scarsi accenni sono fatti a Zarathustra, un fenomeno che trova la sua spiegazione nell'ostilità incontrata da Mani presso i mazdei.

Caratteristica del culto manicheo è la magnificenza con la quale si svolgeva, che trova riscontro nella ricchezza e preziosità dei libri religiosi. Del resto lo stesso Mani curò particolarmente l'arte, specialmente la pittura e la musica, ciò che spiega lo splendore dei paramenti sacri e degli utensili del culto, nonché la suggestione della musica che accompagnava le funzioni religiose.

Il movimento manicheo ebbe in Asia una duplice funzione: da una parte servì a dirottare la civiltà e la cultura, dall'altra introdusse i concetti della misericordia, dell'elemosina e del soccorso, che contribuirono a favorire una migliore convivenza sociale.

L'immagine troppo materialistica che essa aveva del mondo e della vita, e le sue molte incongruenze e antinomie costituirono un limite di questa religione, che aveva avuto tra i suoi uditori S. Agostino, prima della sua conversione al cristianesimo, e ne produssero il declino. Infine, le persecuzioni condotte da Romani, Persiani, Arabi e Cinesi diedero il colpo di grazia alla religione di Mani, che tuttavia ebbe ancora qualche influenza nell'ispirare numerose eresie. Alcune società segrete cinesi praticavano, ancora nel XVII secolo, dei riti manichei.