Mitologia e... Dintorni

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MANN - Piano meno 1 - Introduzione Sala XIX

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MANN, Sezione Egizia, Sala XIX
VIAGGIATORI E COLLEZIONISTI IN EGITTO NELL’OTTOCENTO

La campagna napoleonica in Egitto (1798-99), fallita dal punto di vista militare, ebbe in Europa enorme impatto culturale: la scoperta della pietra di Rosetta (1799) e la decifrazione dei geroglifici (1821-22), la pubblicazione della monumentale Description de l’Egypte (1809-1828), seguita da I Monumenti dell’Egitto e della Nubia (1832-44) di Ippolito Rosellini e dai Denkmaeler aus Aegypten und Aethiopien (1849-58) di Carl Richard Lepsius, le notizie di sensazionali scoperte nella Valle del Nilo destarono l’interesse degli Europei per la civiltà faraonica, creando le premesse per l’esplorazione sistematica del paese e delle sue antichità e per una crescente richiesta di oggetti antichi.

I consoli francese e inglese al Cairo, Drovetti e Salt, politicamente rivali, si sfidarono anche sul terreno delle antichità, dando vita a quella che la storia del collezionismo egittologico ricorda come la “guerra dei consoli”. Al Cairo nacque un fiorente mercato antiquario per avidi cercatori di tesori acquistati sul posto.

La speranza di facili profitti col commercio di antichità richiamò figure molto diverse di esploratori, collezionisti ed avventurieri, anche italiani, tra i quali Passalacqua, Vidua, Acerbi, Finati, Ferlini ed il più famoso Belzoni che, divenuto agente di Salt, fu autore di esplorazioni e sensazionali ritrovamenti in Egitto e in Nubia. I risvolti commerciali del collezionismo furono alla base della formazione delle raccolte egittologiche del XIX secolo che ammiriamo nei musei d’Europa. In questo contesto si colloca anche la collezione di Giuseppe Picchianti, importante testimonianza della tradizione antiquaria del XIX secolo, in evidente contrasto con quella del XVIII secolo documentata dalla collezione Borgia.

Travelers and collectors in nineteenth-century Egypt

Napoleon’s campaign in Egypt (1798-99), although a military failure, had a huge cultural impact in Europe. The discovery of the Rosetta Stone in (1799) and the subsequent decipherment of hieroglyphs (1821-22), the publication of the monumental Description de l’Égypte (1809-1828), followed by I Monumenti dell’Egitto e della Nubia (1832-44) by Ippolito Rosellini and the Denkmaeler aus Aegypten und Aethiopien (1849-58) by Carl Richard Lepsius, and the news of sensational finds in the Nile Valley, sparked the interest of Europeans in pharaonic civilization, leading to a systematic exploration of the country and its antiquities and a growing demand for ancient objects.

Two political rivals, the French and English consuls in Cairo, Drovetti and Salt, also rivaled in collecting antiquities. Their feud went down in history as the “war of the consuls.” Cairo saw the rise of a flourishing antiquities market for avid seekers of treasures bought on the spot. The hope of easy gains in the antiquities trade drew very different figures — explorers, collectors, and adventurers, including some Italians, such as Passalacqua, Vidua, Acerbi, Finati, Ferlini, and the renowned Belzoni who, having become Salt’s agent, made sensational discoveries in Egypt and Nubia. The sale of collections put together in Egypt at the time led to the formation of the nineteenth-century Egyptian sections that we admire in European museums. This is the context in which Giuseppe Picchianti put together his own collection, an important testimony of the antiquarian tradition of the nineteenth century, contrasting sharply with the eighteenth-century tradition documented by the Borgia collection.

GEORG ZOËGA

“Io credo che si debba trattare lo studio antiquario con la stessa serietà e sistematicità che viene riservata alle altre scienze” (lettera a Peter Frederik Suhm del 29/10/ 1791).

Con queste parole, Georg Zoëga espone il suo concetto di studio antiquario, discostandosi da predecessori e contemporanei, soprattutto dal Winckelmann, a differenza del quale evitava di restaurare reperti frammentari sulla base di interpretazioni o dell’influenza della cultura classica che improntava il collezionismo dell’epoca. Georg Zoëga giunge a Roma nel gennaio del 1783 per condurre ricerche relative alla collezione numismatica reale di Copenhagen. Ben presto entra in contatto con il Cardinale Borgia e l’ampio cenacolo di eruditi del suo Museum.

Nel 1788, in occasione della rierezione di alcuni obelischi a Roma, papa Pio VI (1717-1799) propone a Zoëga, da sempre affascinato dall’Egitto antico, di farne oggetto di una pubblicazione, che uscirà nel 1797 con il titolo De origine et usu obeliscorum ad Pium Sextum pontificem maximum auctore Giorgio Zoega Dano. In essa emerge già il rigore scientifico di Zoëga, che lo rende un importante anello di congiunzione tra l’antiquaria e l’egittologia moderna. Spinto da incessante curiosità, è intenzionato a giungere alle origini della storia antica e scoprire ".. tutto il mondo della Letteratura e della Scienza Egizia". Il suo metodo è ben testimoniato dal Catalogo dei monumenti egiziani esistenti in Velletri nel Museo Borgiano composto ed ordinato dal Sig. Giorgio Zoega dotto danese nel mese di Ottobre 1784 dove i reperti egiziani sono suddivisi in classi di materiali, misurati, descritti e corredati di annotazioni personali e disegni di motivi decorativi e iconografici o iscrizioni geroglifiche.

Georg Zoëga

“I believe antiquarian studies should be treated with the same seriousness and systematic spirit as the other sciences”. (letter to Peter Frederik Suhm of 29 October 1791).

The above quotation illustrates Georg Zoëga’s concept of antiquarian study, whereby he distanced himself from his predecessors and contemporaries, and especially from Winckelmann, insofar as he was against the restoration of fragmentary objects on the basis of interpretations or of the influence of classical culture, which informed the approach of collectors at the time. Zoëga arrived in Rome in January 1783 to conduct research relative to the royal numismatic collection of Copenhagen. He soon came into contact with Cardinal Borgia and the broad milieu of scholars who frequented the Cardinal’s Museum.

He was fascinated by the Egyptian world. In 1788, on the occasion of the erection of the obelisks in Rome, Pope Pius VI (1717-1799) asked him to discuss them in a book, which was to come out in 1797 with the title De origine et usu obeliscorum ad Pium Sextum pontificem maximum auctore Giorgio Zoega Dano. This work already showcases Zoëga’s scientific rigor, making it an important link between antiquarian studies and modern Egyptoiogy. Prompted by unquenchable curiosity, Zoëga is determined to go to the origins of ancient history and “... discover the whole world of Egyptian Literature and Science.” His method is to the fore in his Catalogo dei monumenti egiziani esistenti in Velletri nel Museo Borgiano composto ed ordinato dal Sig. Giorgio Zoega dotto danese nel mese di Ottobre 1784 (Catalogue of the Egyptian Monuments Existing in Velletri in the Borgian Museum, composed and ordered by Mr George Zoëga, Danish scholar, in the month of October 1784), where the 628 Egyptian artifacts are subdivided into classes of materials, measured, and described, with the addition of personal annotations and drawings of decorative motifs and figures or hieroglyphic inscriptions.

La casa museo di Stefani Borgia e i Danesi

“Il museo borgiano si va ingrossando da vero e ne ho piacere, perché sarà un bel ornamento per la Patria e un bel decoro per la casa” (Stefano Borgia al fratello Giovanni Paolo).

Tappa del Grand Tour per chi da Roma si recava a Napoli, la casa-museo della famiglia Borgia sorgeva all’angolo tra le attuali Via Borgia e Via della Trinità, e custodiva ben 14 classi diverse di materiali, fra cui antichità egizie, greche, etrusche, arabe e indiane ordinate all’interno di “credenzoni”. L’allestimento era basato sulla tradizionale “disposizione armonica” degli oggetti, ma anche innovativo per l’epoca in quanto le antichità erano disposte negli spazi per “godere con gli occhi, ed occorrendo prenderle in mano senza confusione di far cadere o rompere le vicine”. Testimonianza della cultura enciclopedica, la casa-museo di Velletri non era un luogo creato per suscitare “meraviglia” come le Wunderkammern seicentesche, bensì un ambiente dove si studiavano i reperti secondo criteri scientifici innovativi.

La riproduzione e divulgazione del materiale storico e archeologico era infatti alla base dell’idea collezionistica di Borgia. Poiché il suo ruolo non gli lasciava tempo sufficiente, e non avendo le competenze per spaziare in tutti i campi, il cardinale era alla costante ricerca di giovani eruditi che volessero offrire la loro opera per la conoscenza dei materiali custoditi nella sua casa. Nel 1779 inizia il lungo e proficuo rapporto tra Borgia e la Danimarca, che vede il museo “consacrato in prevalenza ai danesi”, fra cui Jacob Georg Christian Adler (1756-1834), teologo interessato allo studio del copto come chiave per la comprensione dell’antica lingua egiziana; Gregers Wad (1755-1832), mineralogista, che nel 1794 si occupò dei monumenti egizi pubblicando il Fossilia Egyptiaca Musei Borgiani Velitris (1794); Georg Zoëga (1755-1809), che ebbe con il Cardinale un profondo legame di stima ed intima confidenza.

Stefano Borgia’s museum-home and the Danes

“The Borgian museum is truly growing, and I am pleased with this, because it will be a fine ornament for our Country and will grace our home” " (Stefano Borgia to his brother Giovanni Paolo).

The museum-house of the Borgia family was a Grand Tour stopover for travelers going from Rome to Naples. It stood at the corner between present-day Via Borgia and Via della Trinità, and displayed all of 14 different classes of materials, including Egyptian, Greek, Etruscan, Arab, and Indian antiquities, arranged inside credenzoni (cupboards). The exhibition featured the traditional “harmonious arrangement” of objects. However, it was also innovative for the time, since the antiquities were arranged so as to allow visitors to “enjoy them with the eyes and, if needed, pick them up without running the risk of dropping them or breaking their neighbors.”A testimony of Encyclopedic culture, the Velletri museum-house had not been created to induce “wonder,” like seventeenth-century Wunderkammern; rather, it was an environment where objects were studied according to innovative scientific criteria.

Indeed, the reproduction and illustration of historical and archaeological materials was the main objective of Borgia’s collecting. Since his engagements did not leave him sufficient time, and lacking the competence to range across all these different fields of knowledge, he was in constant search for young scholars willing to investigate the artifacts he kept in his home. In 1779, a long and fruitful collaboration between Borgia and Denmark began, whereby the museum “was largely given over to the Danes”, including Jacob Georg Christian Adler (1756-1834), a theologian who was interested in the study of Coptic as a key to the ancient Egyptian language. In 1794, the mineralogist Gregers Wad (1755-1832) studied the Egyptian monuments in the Borgia collection, publishing the Fossilia Egyptiaca Musei Borgiani Velitris (1794). Georg Zoëga (1755-1809) relationship with the Cardinal was one of deep reciprocal respect and intimacy.

La collezione Borgia

La Collezione Borgia nasce nel XVII secolo per volere di Clemente Erminio Borgia (1640-1711), che riunì nella residenza di famiglia oggetti antichi provenienti da Roma e Velletri, e viene incrementata in seguito con una raccolta di monete dall’Arcivescovo di Fermo, Alessandro Borgia (1682-1764). Tuttavia è indissolubilmente legata alla personalità del Cardinale Stefano Borgia, il quale, animato da spirito erudito e un vivo interesse storico e antiquario - e agevolato dal suo ruolo di Segretario di Propaganda Fide (1770-1789), l’organizzazione missionaria della Santa Sede che gli diede l’occasione di acquistare numerose antichità orientali - trasformò il nucleo originario in una vera e propria raccolta di “tesori dalle quattro parti del mondo”.

Dopo la morte di Stefano Borgia nel 1804, la collezione fu smembrata e divisa tra la Congregazione di Propaganda Fide e il nipote del Cardinale, Camillo Borgia. Dopo i primi tentativi di vendita al re di Danimarca, nel 1814 Camillo avviò le trattative per la cessione della collezione a Gioacchino Murat, re di Napoli, in seguito alla caduta del quale la vendita fu conclusa l’anno seguente con Ferdinando IV di Borbone. Il Museo di Napoli acquisì l’intera collezione veliterna, compresa la raccolta egiziana che, unica di considerevole ampiezza nell’Europa dell’epoca, costituisce oggi il nucleo più antico della sezione egiziana. Includeva più di 600 reperti di vari tipi, fra cui uscebti, sculture di piccola e media dimensione, quali ad esempio la cosiddetta "Dama di Napoli" e il monumento di Amenemone, sarcofagi, bronzi e anche qualche falso. Tuttavia al museo Borbonico giunse solo una parte della raccolta, circa 590 reperti; il resto, tuttora disperso, consisteva essenzialmente di oggetti di piccola dimensione, fra cui bronzetti, amuleti e tredici scarabei.

The Borgia collection

The Borgia collection was put together starting in the seventeenth century by Clemente Erminio Borgia (1640-1711), who gathered in his family home ancient objects from Rome and Velletri, to which the Archbishop of Fermo, Alessandro Borgia (1682-1764), added a collection of coins. However, it is indissolubly tied to the personality of Cardinal Stefano Borgia. Animated by an erudite spirit and a lively historical and antiquarian interest - and taking advantage of his role as Secretary of Propaganda Fide (1770-1789), the missionary organization of the Holy See, which gave him the opportunity to purchase many Oriental antiquities - he transformed the core collection into a treasure trove of artifacts “from the four corners of the world.”

After Stefano Borgia’s death in 1804, his collection was dismembered and divided betweeni the Congregation of Propaganda Fide and the Cardinal’s nephew, Camillo Borgia. After early attempts to sell it to the king of Denmark, in 1814 Camillo started negotiations to sell the collection to Joachim Murat, king of Naples. After Murat’s downfall, the purchase was concluded the following year with Ferdinand IV of Bourbon.

The Naples museum thus acquired the whole Velletri collection, including its Egyptian section, the only sizable one in Europe at the time, which constitutes the first core of the Naples museum’s own Egyptian section. It comprised 628 objects of various types, including shabtis, small and middle-sized sculptures - including some remarkable pieces, such as the "Dama di Napoli" and the Monument of Amenemone -, coffins, bronzes, and also a few fakes. However, only 590 of these objects actually reached the Royal Bourbon Museum; the rest, still unaccounted for, were essentially small objects, including bronzes, amulets, and thirteen scarabs.

La collezione Picchianti

Il 10 agosto 1827, la contessa Angelica Droso Picchianti e Giuseppe Picchianti di Venezia offrivano in vendita al Museo Borbonico una “collezione di monumenti egiziani di vario genere”, formata in Egitto durante un viaggio di sei anni, che isolati riferimenti ci consentono di collocare tra il 1819 ed il 1825. Su di loro mancano notizie biografiche e scarsi sono gli elementi per la completa ricostruzione del loro itinerario. Picchianti menziona solo poche tappe lungo la Valle del Nilo fino al tratto tra la III e la IV cateratta: Giza, Saqqara,Tebe, la lontana Dongola, nella Nubia sudanese, che Picchianti raggiunse unendosi probabilmente ad una spedizione militare egiziana. In questi luoghi, secondo quanto lui stesso afferma, raccolse oggetti di vari periodi, sia funerari, tra cui mummie umane, sia di uso quotidiano posti nel corredo delle tombe. Le informazioni da lui fornite sulle circostanze di ritrovamento dei reperti, quasi sempre infondate, suggeriscono la provenienza dei materiali da acquisti sul mercato antiquario locale piuttosto che da scavi da lui stesso condotti.

La collezione giunse a Livorno quando vi si trovava J. F. Champollion per l’acquisto della collezione Salt. Qui fu forse esaminata dallo studioso francese, al quale un documento anonimo del 22 febbraio 1826 attribuisce sommarie osservazioni su alcuni reperti.

Picchianti provò a vendere la collezione al Re di Sassonia prima di offrirla al Museo di Napoli che, dopo lunghe trattative, il 7 marzo 1828 ne acquistò solo una parte. Insoddisfatto del ricavato della vendita, un mese dopo Picchianti donò gli oggetti restanti, a patto di essere assunto come custode e restauratore delle antichità egiziane. In questa veste effettuò vari interventi sulle mummie del Museo. Durante questo periodo sottrasse alcuni oggetti che rivendette poi al British Museum. Le tracce della sua presenza a Napoli si perdono nel 1834.

The Picchianti collection

On 10 August 1827, Countess Angelica Droso Picchianti and Giuseppe Picchianti. from Venice, offered for sale to the Royal Bourbon Museum a “collection of Egyptian monuments of various kinds” put together in Egypt during a six-year journey, which isolated bits of information place between 1819 and 1825. We lack biographical information about the two and only few clues survive about the itinerary they followed in Egypt. Picchianti only mentions a few stopovers along the Nile Valley, all the way to the stretch between the Third and Fourth Cataract: Giza, Saqqara, Thebes, and faraway Dongola in Sudanese Nubia, which Picchianti managed to reach in those years possibly by joining an Egyptian military expedition. Here he collected various objects, mostly from tombs, including grave goods and human and animal mummies. The information Picchianti gives about the circumstances of the discovery of objects in most cases can be incorrect, and hence suggests that he bought the artifacts on the antiquities market rather than excavated them himself.

The Picchianti collection reached Leghorn at the time when Jean-Francois Champollion was there for the purchase of the Salt collection. Here it was apparently examined by the French scholar, since an anonymous document of 22 February 1826 credits him with brief observations about some of the objects. Picchianti tried to sell his collection to the king of Saxony before offering it to the Royal Museum, which, after long-drawn negotiations, purchased only part of it, on - March 1828. Dissatisfied with the sale, a month later Picchianti donated the remaining objects on condition that he be hired by the museum as keeper and restorer of Egyptian antiquities. In this capacity, he performed several restorations on the mummies of the museum - During this period he even pilfered some objects and sold them to, the British Museum. The last evidence of his presence in Naples dates from 1834, after which we lose track of him.

Le tecniche di mummificazione

Fin dal Periodo Protodinastico gli Egiziani conservavano i corpi con l’uso del natron (un tipo di sodio) e avvolgendoli poi in bende impregnate di resine. Queste tecniche furono poi perfezionate e raggiunsero, specialmente nel Nuovo Regno, un alto grado di sofisticazione. Erodoto paria di tre tecniche diverse, una più elaborata e costosa, le altre due più rapide ed economiche. Nella prima tecnica l’addome veniva inciso per asportare intestino, polmoni, stomaco e fegato. Le cavità risultanti erano lavate con vino di palma e riempite di sostanze profumate. Quindi si asportava il cervello estraendolo dal naso con un uncino, mentre il corpo, lavato e profumato, era avvolto in bende. A protezione di specifiche parti del corpo, tra le bende venivano posti gli amuleti. Gli organi asportati in precedenza erano imbalsamati separatamente nei vasi canopi, dai coperchi configurati con i quattro figli di Horus. Ogni figlio di Horus rappresentava uno dei punti cardinali e proteggeva un organo specifico. Il coperchio Amset, a testa umana (sud), proteggeva il fegato: Hapy, a testa di babbuino (nord), i polmoni; Duamutef, a testa di sciacallo (est), lo stomaco: Qebehsenuf a testa di falco (ovest), l’intestino. Anche le altre due tecniche di mummificazione prevedevano l’uso del natron per asciugare il corpo, e unguenti e profumi per conservarlo: ma non erano altrettanto efficaci.

Embalming techniques

As early as the Protodynastic period. Egyptians preserved corpses by treating them with natron (a kind of sodium) and then, wrapping them in resin-soaked bandages. These techniques kept evolving eventually attaining a high level of sophistication (especially in the New Kingdom). Herodotus tells us that there were three techniques, one more elaborate and expensive. the other two cheaper and quicker. in the first technique, the abdomen was incised to remove the intestine, lungs, stomach and liver. The resulting cavity was washed with palm wine and stuffed with scented substances. Then the brain was extracted through the nose with a hook and the body covered with natron to drain it of its fluids. After 70 days, the body was washed, perfumed, and wrapped in bandages. Amulets were placed among the bandages to protect specific parts of the body. The previously removed viscera were separately embalmed and placed in canopic vases with lids depicting the four sons of Horus. Each son of Horus represented one of the cardinal points and was entrusted with the protection of a specific organ. The human-headed Amset (south) protected the liver; the baboon-headed Hapy (north), the lungs: the jackal-headed Duamutef (east), the stomach: the nawk-headed Qebehsenuf (west), the intestine. The other two embalming techniques also involved the use of natron to dry the body and unguents and perfumes to preserve it, but were not as effective.

La scrittura

La scrittura geroglifica (dal greco hieroglyphikà grammata, cioè lettere sacre) si manifestò in Egitto all’incirca dal 3000 a.C.
All'inizio si può essere configurata come un'estensione delle arti figurative sviluppata per consentire la trasmissione di maggiori informazioni su superfici limitate.
Arti figurative e scrittura erano basate su una comune premessa: disegnare, incidere o scrivere il nome di un soggetto significava animarlo. Dalla molteplicità di segni presenti nell'antica scrittura egiziana gli egittologi hanno estrapolato un "alfabeto" che è in effetti una lista di segni monolitteri. La lingua egiziana si trasformò nel tempo - quella orale più rapidamente della scritta - e se ne possono distinguere le seguenti fasi:

  • Antico Egiziano: lingua dell’Antico Regno, 2686-2181 a.C. circa (calchi A, B, e C).
  • Medio Egiziano: lingua del Medio Regno, 2040-1786 a.C. circa (calco D), considerata la lingua “classica” dalle generazioni successive; fu usata come scrittura monumentale fino al periodo greco-romano.
  • Tardo Egiziano: lingua scritta e parlata del Nuovo Regno, 1570-1070 a.C. circa (calco E).
  • Demotico: lingua scritta in nuovi caratteri corsivi, con grammatica e vocabolario diversi rispetto al Tardo Egiziano (papiro n. 13 in vetrina 13 e calco F); fu in uso dal VII secolo a.C. e fu sostituito dal Copto.
I testi egiziani in Antico, Medio e Tardo Egiziano erano scritti sia in geroglifico, sia in ieratico, cioè in caratteri corsivi.
Il Copto, la lingua dei cristiani d’Egitto, era formato dall’alfabeto greco con l’aggiunta di sette lettere dalla scrittura demotica.
Writing

Hieroglyphic writing (from the Greek hieroglyphikà grámmata, “sacred letters”) developed in Egypt approximately from 3000 BC onward. Originally, it may have evolved as an extension of the figurative arts, developed to allow the conveying of more information on limited surfaces, Figurative arts and writing were based on the same premise: to draw, carve, or write the name of a subject means to animate it.
The Egyptian “alphabet” is actually a list of uniliteral signs drawn up by egyptologists. The Egyptian language changed over time, the oral language more rapidly than the written one. The following phases can be distinguished:

  • Old Egyptian: the language of the Old Kingdom, ca. 2686-2181 BC (see casts A, B, and C)
  • Middle Egyptian: the language of the Middle Kingdom, ca. 2040-1786 BC (cast D), regarded as the “classical” language by the following generations. It was used for monumental writing until the Graeco-Roman period.
  • Late Egyptian: the written and spoken language of the New Kingdom, ca. 1570-1070 BC (cast E)
  • Demotic: a language written in a new cursive script and using a different grammar and vocabulary than Late Egyptian (see papyrus in showcase 13, no. 13, and cast F). Demotic appeared in the 7th century BC. It was eventually replaced by Coptic.
Egyptian texts in Old, Middle, and Late Egyptian were written in a cursive script called “hieratic”, as well as hieroglyphics. Coptic, the language of Christian Egypt, was written in the Greek alphabet with the addition of seven letters taken from the demotic script.
Le tecniche di mummificazione

Fin dal Periodo Protodinastico gli Egiziani conservavano i corpi con l’uso del natron (un tipo di sodio) e avvolgendoli poi in bende impregnate di resine. Queste tecniche furono poi perfezionate e raggiunsero, specialmente nel Nuovo Regno, un alto grado di sofisticazione.
Erodoto paria di tre tecniche diverse, una più elaborata e costosa, le altre due più rapide ed economiche.
Nella prima tecnica l’addome veniva inciso per asportare intestino, polmoni, stomaco e fegato. Le cavità risultanti erano lavate con vino di palma e riempite di sostanze profumate. Quindi si asportava il cervello estraendolo dal naso con un uncino, mentre il corpo, lavato e profumato, era avvolto in bende. A protezione di specifiche parti del corpo, tra le bende venivano posti gli amuleti.
Gli organi asportati in precedenza erano imbalsamati separatamente nei vasi canopi, dai coperchi configurati con i quattro figli di Horus.
Ogni figlio di Horus rappresentava uno dei punti cardinali e proteggeva un organo specifico. Il coperchio Amset, a testa umana (sud), proteggeva il fegato: Hapy, a testa di babbuino (nord), i polmoni; Duamutef, a testa di sciacallo (est), lo stomaco: Qebehsenuf a testa di falco (ovest), l’intestino. Anche le altre due tecniche di mummificazione prevedevano l’uso del natron per asciugare il corpo, e unguenti e profumi per conservarlo: ma non erano altrettanto efficaci.

Embalming techniques

As early as the Protodynastic period. Egyptians preserved corpses by treating them with natron (a kind of sodium) and then, wrapping them in resin-soaked bandages. These techniques kept evolving eventually attaining a high level of sophistication (especially in the New Kingdom). Herodotus tells us that there were three techniques, one more elaborate and expensive. the other two cheaper and quicker.
in the first technique, the abdomen was incised to remove the intestine, lungs, stomach and liver. The resulting cavity was washed with palm wine and stuffed with scented substances. Then the brain was extracted through the nose with a hook and the body covered with natron to drain it of its fluids. After 70 days, the body was washed, perfumed, and wrapped in bandages. Amulets were placed among the bandages to protect specific parts of the body.
The previously removed viscera were separately embalmed and placed in canopic vases with lids depicting the four sons of Horus. Each son of Horus represented one of the cardinal points and was entrusted with the protection of a specific organ. The human-headed Amset (south) protected the liver; the baboon-headed Hapy (north), the lungs: the jackal-headed Duamutef (east), the stomach: the nawk-headed Qebehsenuf (west), the intestine.
The other two embalming techniques also involved the use of natron to dry the body and unguents and perfumes to preserve it, but were not as effective.