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LA CASA DI ARES

Ἀρήϊα δόμου, a quanto pare era circondata da sterili selvi, dominata da eterna tempesta, avvolta nel vortice di mille furori, schiere di nubi oscurano il cielo, soffi di Borea spirano costanti, grandine fitta risuona picchiettando.
Fino a questo punto abbiamo visto l'esterno, il giardino. Adesso andiamo a vedere la casa vera e propria:
Mura di ferro la serrano, ferro si calpesta entrando per le strette porte, il tetto insiste su colonne di ferro. Lo splendore del sole che vi si riflette ne viene ferito, la sua luce teme quella casa il cui ferrigno bagliore contrista gli astri. Le fa da guardia una guarnigione degna del luogo: subito all'ingresso balzano su il folle Impeto, il cieco Delitto, le Ire fiammeggianti, i pallidi Timori; vicino si ergono l'Insidia, nascondendo la spada, e la Discordia che stringe nelle mani due armi. La corte risuona delle urla stridule di innumerevoli Minacce; in mezzo sta tetro il Coraggio insieme al Furore pieno d'esaltazione, mentre la Morte siede in armi, col volto coperto di sangue. E solo sangue versato in guerra c'è sugli altari, e fuoco preso dagli incendi delle città. Intorno stanno le spoglie dei popoli vinti in tutte le terre e di esse si adorna il fastigio del tempio: frammenti di porte in ferro cesellato, carcasse di navi da guerra, carri vuoti, volti maciullati dalle ruote dei carri; quasi si sentono anche i lamenti: non c'è altro che violenza, non ci sono che ferite. E dappertutto si può vedere il dio stesso e sempre col volto corrucciato.
tratto dalla Tebaide (VII, vv. 35-60) di Stazio.

LA CASA DI FAMA

ἀρετή δόμου, al centro del mondo c'è un luogo che sta fra la terra, il mare
e le regioni del cielo, al confine di questi tre regni.
Da lì si scorge tutto ciò che accade in qualsiasi luogo del mondo,
anche nel più remoto, e lì giunge, a chi ascolta, qualsiasi voce.
Vi abita la Fama: ha eretto la casa nel punto più alto,
una casa nella quale ha posto infinite entrate e mille fori,
senza che una porta ne impedisca l'accesso.
È aperta notte e giorno; tutta di bronzo sonante,
vibra tutta, riporta le voci e ripete ciò che sente.
Non vi è pace all'interno e in nessun angolo silenzio,
ma pure non vi è frastuono, solo un brusio sommesso,
come quello che fanno le onde del mare se le si ascolta
di lontano o come l'ultimo brontolio dei tuoni,
quando Giove fa rimbombare lugubri le nubi.
L'atrio è sempre affollato: gente d'ogni risma che va e viene.
Mescolate a voci vere ne vagano qua e là migliaia
di false, che spargono intorno chiacchiere e parole equivoche.
Di queste alcune riempiono le orecchie sfaccendate di calunnie,
altre riportano il sentito dire, e la dose delle invenzioni
cresce a dismisura, perché ognuno vi aggiunge qualcosa di suo.
Lì trovi la Credulità, l'incauto Errore,
la Gioia immotivata e i Timori sfibranti,
la Sedizione improvvisa e i Sussurri d'origine incerta.
Così la Fama vede tutto ciò che accade in cielo,
in mare e in terra, indagando sull'universo intero.

Ovidio, Metamorfosi, XII, 39 e ss.

LA CASA DI INVIDIA

βασκᾰνία δόμου, funerea di peste
e squallore. È una casa nascosta in fondo a una valle,
una casa priva di sole, senza un alito di vento,
tetra, tutta intorpidita dal gelo, dove sempre
manca il fuoco e sempre dilagano le nebbie...
... all'interno Invidia, mangia carne di vipera per alimentare
i suoi vizi...
... si alza pigramente da terra, lasciandosi alle spalle brandelli
di serpenti mezzo rosicchiati, e avanza con passo incerto...
... Il pallore le segna il viso, la magrezza tutto il corpo;
mai dritto lo sguardo, ha denti lividi e guasti,
il cuore verde di bile, la lingua tinta di veleno...

Ovidio Metamorfosi, II vv. 760 e ss.

LA CASA DI SONNO o HYPNOS

ὕπνος δόμου, e dato che mi sono fissato con le dimore di alcune divinità, andiamo a leggere anche della casa del dio del sonno. Per fare questo al solito mi faccio aiutare da un grandissimo:
Dove stanno i Cimmeri c'è una spelonca dai profondi recessi,
una montagna cava, dimora occulta del pigro Sonno,
nella quale con i suoi raggi, all'alba, al culmine o al tramonto,
mai può penetrare il sole: dal suolo, in un chiarore incerto
di crepuscolo, salgono senza posa nebbie e foschie.
Qui non c'è uccello dal capo crestato che vegli e chiami
col suo canto l'aurora; e non rompono, col loro richiamo,
il silenzio cani all'erta od oche più sagaci dei cani.
Non si ode suono di fiere o di armenti, non di rami mossi
da un alito di vento, non si ode alterco di voci umane.
Vi domina silenzio e quiete. Solo da un anfratto della roccia
sgorga un rivolo del Lete, la cui acqua scivola via
mormorando tra un fruscio di sassolini e concilia il sonno.
Davanti all'ingresso dell'antro fiorisce un mare di papaveri
e un'infinità di erbe, dalla cui linfa l'umida Notte attinge
il sopore per spargerlo sulle terre immerse nel buio.
In tutta la casa non v'è una porta, perché i cardini girando
non stridano; nessuno sta di guardia sulla soglia.
Al centro della grotta si alza un letto d'ebano imbottito
di piume del medesimo colore e coperto di un drappo scuro,
dove con le membra languidamente abbandonate dorme il nume.
Tutto intorno giacciono alla rinfusa, negli aspetti più diversi,
le chimere dei Sogni, tante quante sono le spighe nei campi,
le fronde nei boschi, o quanti i granelli di sabbia spinti sul lido.

Ovidio, Metamorfosi, XI, 592 e ss.

LÀBDACO

Λάβδακος, re di Tebe, figlio di Polidoro e nipote di Cadmo, fu il padre di Laio e quindi nonno di Edipo. Fu il capostipite della stirpe dei Labdàcidi, che è appunto quella di Edipo e dei suoi figli.

LACHESI

Λάχεσις, una delle Moire.

LADONE

1) Λάδων, dio fluviale padre delle ninfe Dafne, Metope, Siringa e Talpusa.

2) Altro Ladone era il drago figlio di Tifeo ed Echidna (oppure di Ceto e Forcide o forse solo di Gea). Aveva molte teste (un centinaio), era poliglotta e perciò sapeva parlare ogni tipo di lingua. Quando fu uccisa da una freccia, scagliata da Eracle, venne trasformata nella costellazione del Drago.

La dea Era lo pose a guardiano dei pomi delle Esperidi.

LAERTE

Λᾱέρτης, re d'Itaca, sposo di Anticlea e padre di Ulisse (Odisseo) al quale cedette il trono e si ritirò a vivere in campagna.
Durante la lunga assenza del figlio visse in solitudine, ma quando Ulisse ritornato da Troia gli fu al fianco, ringiovanito da Atena, per sterminare i Proci.

LAFISTIO

Λαφύστιος, lo Zeus degli Orcomenii, era protettore dei fuggiaschi. Il costume greco prevedeva di bruciare sull’altare solo le cosce della vittima; il resto veniva mangiato dai sacrificanti.

LAIDE

Λᾱΐς, nome di diverse etère greche. Fra le più famose una era originaria di Corinto, nota per la sua bellezza, che era pari alla sua avidità. Altra Laide era nativa di Iccara in Sicilia, condotta in Tessaglia, le donne gelose della sua grande bellezza, la uccisero nel tempio di Afrodite.

LAIO

Λάϊος, re di Tebe, e padre di Edipo. Rapì un giovinetto, di cui si era innamorato, attirando su di sè la sua maledizione e la collera di Era che odiava chi disprezzava le donne.

Forse per questo gli fu destinato di morire per mano del figlio Edipo.

Laio contende l’invenzione dell’omosessualità a Tamiri. L'oracolo aveva avvertito Laio di non generare figli, perché il figlio nato da lui avrebbe ucciso il padre. Una sera mentre era ubriaco, si unì ugualmente a sua moglie e la rese gravida. Quando fu il tempo e la moglie si sgravò, Laio diede il neonato ai pastori, perché lo esponessero.

LAMIA

Λάμια, regina libica, si concesse a Zeus che per sdebitarsi le diede il dono di potersi togliere e rimettere gli occhi. Dall'unione nacquero molti bambini che furono tutti uccisi da Era, fatta eccezione di Scilla. Lamia per vendicarsi rubava e divorava i figli altrui. In seguito al dolore per la perdita dei figli, si trasformò in un mostro metà donna e metà serpente.

Lamia in seguito si unì alle Empuse e stremava i giovani con la sua libidine. Il suo nome fu usato come spauracchio dalle bambinaie per tenere buoni i bambini. Era anche immaginata come un demone in grado di affascinare i giovani che dopo averli adescati ne divorava il cuore. Altra variante del mito è narrata da Antonino Liberale nelle Metamorfosi, VIII.

Lamia o Sibari era un mostro femminile di prodigiosa grandezza che viveva in una grotta posta sul monte Cirfi, nella parte meridionale del Parnaso, presso la città di Crisa.
Lamia, quotidianamente nelle sue incursioni nei campi, faceva sparire uomini e animali.
Gli abitanti di Delfi avevano deciso di espatriare e interrogavano l'oracolo per sapere dove poter emigrare, quando il dio fece loro capire che sarebbero stati liberati dal flagello se, invece di andarsene, avessero esposto vicino alla grotta un giovane scelto fra le famiglie della città.
I Delfici seguendo il consiglio divino e tirarono a sorte un nome, venne estratto Alcioneo giovane di bellissime fattezze e splendido carattere, figlio unico di Diomo e Meganira.
I sacerdoti dopo aver incoronato Alcioneo, lo condussero in processione verso la grotta di Lamia, nel frattempo il giovane e valente Euribato, figlio di Eufemo, della stirpe del fiume Assio, era partito su istigazione divina dal paese dei Cureti quando andò a incrociare il gruppo che accompagnava il ragazzo.
Colto d'amore per il ragazzo (ai tempi era cosa di ordinaria amministrazione), domandò ai Delfici il motivo di quella processione e non volle accettare l'idea di non poterlo difendere con le sue forze e di doverlo abbandonare a una morte orribile.
Allora, tolse ad Alcioneo le corone e se le mise sulla sua testa ordinando ai sacerdoti di accompagnare lui invece di Alcioneo. Quando l'ebbero condotto davanti alla grotta, egli entrò all'interno, strappò Lamia dal suo covo, la trascinò fuori dalla grotta e la precipitò dall'alto del monte.
Lamia andò a sbattere la testa alle pendici presso Crisa e, morendo per le ferite riportate, scomparve. Dalla roccia dove si era sfracellata eruppe una sorgente che le genti del luogo chiamarono Sibari: è da questo nome che i Locresi trassero quello della città che essi fondarono in Italia.

LAMPETUSA o LAMPEZIA

Λαμπετίη ἤ Λαμπετοώσα, Una delle Eliadi figlie di Elio e di Neèra, pascolavano in Sicilia il gregge del padre.

Le altre erano: Lampezia e Fetusa, sorelle di Fetonte, per il quale piansero così tanto che gli dèi impietositi le mutarono in pioppi.

LAOCOONTE

Laocoonte
Laocoonte

Λᾱοκόων, principe troiano e sacerdote di Apollo, o di Poseidone. Quando i greci costruirono il gigantesco cavallo di legno sostenendo che si trattava di un'offerta votiva alla dea Atena, mentre in realtà era una trappola, Laocoonte, temendo un inganno, incitò invano i capi troiani a distruggere il dono.

Il popolo esitava, nel dubbio che il cavallo potesse costituire un presagio favorevole, Laocoonte allora scagliò una lancia contro il cavallo, quando Poseidone, la divinità più avversa ai troiani, mandò due terribili serpenti marini ad avvolgere nella loro stretta mortale i figli di Laocoonte, che cercò invano di salvarli, trovando egli stesso la morte.

I troiani, convinti che quello fosse un segno del cielo, non ascoltarono il consiglio del sacerdote e introdussero il cavallo in città, causando così la propria rovina. Quello che segue è l'intervento di Laocoonte:

quando con gran caterva e con gran furia
da la ròcca discese, e di lontano
gridò Laocoonte: "O ciechi, o folli,
o sfortunati! agli nemici, a' Greci
date credenza? a lor credete voi
che sian partiti? e sarà mai che doni
siano i lor doni, e non piú tosto inganni?
Cosí v'è noto Ulisse? O in questo legno
sono i Greci rinchiusi, o questa è macchina
contra alle nostre mura, o spia per entro
ai nostri alberghi, o scala o torre o ponte
per di sopra assalirne. E che che sia,
certo o vi cova o vi si ordisce inganno,
ché de' Pelasgi e de' nemici è 'l dono".
Ciò detto, con gran forza una grand'asta
avventogli, e colpillo, ove tremante
stette altamente infra due coste infissa:
e 'l destrier, come fosse e vivo e fiero,
fieramente da spron punto cotale,
si storcé, si crollò, tonogli il ventre,
e rintonâr le sue cave caverne.

Virgilio Eneide II.

LAODAMANTE

Λαοδάμας, re di Tebe, figlio di Eteocle. Nella lotta contro gli Epigoni dopo aver lottato valorosamente ed avere ucciso Egialeo fu, a sua volta, ucciso da Alcmeone.

LAODAMIA

1) Λαοδάμεια, figlia di Bellerofonte e di Achemone, amata da Zeus generò Sarpendonte.

Per il suo orgoglio fu da Artemide uccisa con una delle sue frecce.

2) Altra Laodamia era la moglie di Protesilào che fu il primo dei greci a cadere sotto le mura di Troia. Quando la donna seppe della morte del marito scongiurò gli dèi perché gli restituissero in vita il marito.

Gli dèi ne ebbero pietà e gli resero il marito per solo tre ore, Laodamia ne fu felice: ma quando Protesilao dovette tornare nell'Ade, l'infelice donna si uccise.

La tredicesima lettera delle Eroidi di Ovidio così conclude.
... giuro che io ti raggiungerò, come compagna, ovunque tu sia
chiamato, sia che... ahimè, quel che temo - sia che tu
sopravviva. La lettera si chiuda con una piccola
raccomandazione: se hai cura di me, abbi cura di te!

LAOMEDONTE

Λαομέδων, re di Troia, figlio di Ilo e di Euridice. Quando Apollo e Poseidone vollero testare l’iniquità di Laomedonte, si presentarono a lui come comuni mortali e pattuirono la costruzione delle mura della città. Nel costruire le mura, i due dèi presero con loro Eaco: infatti, se le mura di Troia fossero state costruite solo da mani immortali, la città sarebbe stata inespugnabile per sempre. Finiti i lavori Laomedonte si rifiutò di pagare il dovuto. Apollo irato mandò una pestilenza nella città, Poseidone inviò un mostro marino che ogni giorno, uscendo dal mare, uccideva tutti gli uomini che incontrava e devastava i raccolti. L’oracolo aveva rivelato che per fermare la punizione divina, Laomedonte doveva esporre la figlia Esione al mostro. Così il re disperato dovette esporre in sacrificio la sventurata. Il caso volle che di lì si trovava a passare Eracle che in cambio delle cavalle di Zeus, si offrì di salvare la ragazza. Ma neppure questa volta Laomedonte rispettò gli impegni ed Eracle gli giurò che quanto prima avrebbe mosso guerra alla città. Quando Zeus rapì Ganimede, suo padre Troo cadde nella disperazione. Allora Zeus inviò Ermes a spiegare la faccenda a Troo - assicurandogli che Ganimede ormai avrebbe vissuto tra gli dèi - e gli regalò due cavalle immortali, per compensarlo della perdita del figlio. Troo era il nonno di Laomedonte e quindi le cavalle erano giunte in suo possesso.

LATONA o LETO

Λητώ, figlia di Ceo e di Febe, fu la sesta sposa di Zeus (Esiodo, Teogonia v. 918 e sgg) che la rese madre di Apollo e di Artemide.

La dea Era per gelosia decretò che Leto partorisse in un luogo non toccato dal sole. Inoltre le mandò dietro il mostruoso Pitone con l'ordine di ucciderla.

Nel suo lungo girovagare Leto arrivò da Poseidone che la ospitò nell'isola di Ortigia che coprì con delle onde per nasconderla alla vista di Pitone.

Dopo un lungo girovagare approdò sull'isola di Delo e qui la dea finalmente partorì: prima Artemide che subito dopo la sua nascita, la assistette al parto del fratello Apollo.

Quattro giorni dopo il lieto evento, Apollo vendicò la madre uccidendo Pitone.

Per essere stata tormentata da Era, Leto parteggiò per i Troiani nella guerra causata da Elena.

Offesa da Nìobe fu vendicata ferocemente da Apollo e Artemide che uccisero i quattordici figli della sventurata sacrilega. Il III° Inno omerico a Apollo così narra il girovagare della dea:

l'immenso spazio fu questo percorso da Leto
nei dolori del parto; e chiedeva se offrire
volesse una terra di queste rifugio a suo figlio.
Ma tremavano esse paurose e nessuna
osava, per quanto ubertosa, di accogliere Febo.
A Delo in fine l'augusta Leto pervenne,
e lei interrogando diceva alate parole.
" Delo, tu forse vorresti esser dimora
di Febo Apollo mio figlio e in te costruire
un fulgido tempio per lui? Certo nessuno
verrà mai ad onorarti. lo non credo
che ricca d'armenti tu sia né di greggi;
né messi produci o vendemmie né alberi molti.
Ma se un tempio di Apollo saettante ospitassi,
tutti i mortali verrebbero a offrirti ecatombi
qui radunandosi; e sempre un fumo odoroso
di vittime pingui da te sorgerà, e nutrire
potrai la tua gente per mano straniera,
sì poco ferace, sì avaro è il tuo suolo".
Così parlava; e lieta fu Delo, e rispose:
"Leto, di Ceo possente inclita figlia;
felice sarei di ospitare del nume
arciere la nascita: oscuro è infatti,
ignoto quasi il mio nome fra gli uomini;
famosa, onorata invece così diverrei.

LEARCO

Λέαρχος, uno dei figli di Ino e di Atamante.

Quando Zeus dopo essersi scucito la coscia partorì Dioniso (Bacco), lo affidò a Ermes. Il dio, a sua volta, affidò il divino infante a Ino e Atamante, perché lo allevassero come una bambina secondo gli ordini di Zeus. La vendicativa dea Era, sdegnata, infuse la follia nella mente dei due coniugi. Atamante uccise il figlio Learco scambiandolo per un cervo; Ino gettò il piccolo Melicerte in un pentolone d'acqua bollente, poi stringendo al petto il corpicino del figlio si buttò in mare. Questa fu la vendetta di Era che non aveva mai perdonato ai due coniugi di avere allevato Dioniso, la prova dell'ennesimo tradimento di Zeus

LEDA

Leda e il cigno
Leda e il cigno

Λήδα, figlia di Tèstio, re d'Etolia e moglie di Tindaro o Tindarèo, re di Sparta. Fu la madre dei Dioscuri Castore e Polluce, di Clitennestra e di Elena.

Figli che concepì quando Zeus sulle rive del fiume Eurota si unì a lei sotto le sembianze di un cigno, Leda, che a sua volta fu trasformata in oca, depose due uova; da un uovo nacquero Polluce ed Elena, figli immortali di Zeus, e dall'altro Castore e Clitennestra, figli mortali di Tindaro.

Secondo una versione più antica, Zeus, sempre nelle vesti di cigno si sarebbe unito a Nemesi, affidando invece a Leda l'educazione dei figli.

 

LEENA

Λέαινα = Leonessa era la flautista, amica di Armodio e di Aristogitone, torturata fino alla morte da Ippia. Le fu simbolicamente dedicata una statua che raffigurava una leonessa priva della lingua.

LEITIDE

Ληίτιδι, epiteto di Atena, significa "signora della preda di guerra" e con questo nome viene invocata da Ulisse quando si trovava nell'accampamento di Reso.

LELANTE

Λήλαντος, moglie del re dei Molossi, Munico, e madre d'Alcandro, distrutta dal dolore per avere assistito all'assassinio dei suoi figli, gli dèi la mutarono nell'uccello chiamato Tarabuso
 

LEMNO

Λῆμνος, isola della Grecia, posta di fronte allo stretto dei Dardanelli. È qui che Efesto cadde allorché Zeus lo precipitò dal Cielo. I Lemni in qualche modo attutirono la sua caduta, e gl'impedirono di sfracellarsi, sicché si ruppe una sola gamba. In ricompensa di tal servigio, Efesto stabilì fra essi la sua dimora, e le sue fucine, e fu il loro dio tutelare.

LEO

Λεώς, eroe eponimo figlio di Orfeo. Per liberare Atene da una terribile pestilenza, sacrificò tre delle sue figlie come suggeritogli dall'oracolo delfico.

LEONE DI NEMEA

Νεμεαῖος λέων, Chimera con Orto s'uní, die' a luce la Sfinge funesta che sterminava le genti di Cadmo, e il leone di Neme, cui nutricò Giunone, di Giove la celebre sposa, e lo mandò nei campi Nemèi, gran cordoglio ai mortali (Esiodo, Teogonia 326 e ss.).

Dall’introduzione notiamo che era figlio di Chimera, anche se secondo altri miti, era figlio della Luna oppure era caduto dalla Luna. In ogni modo il Leone di Nemea era invulnerabile. Ucciderlo fu la prima fatica di Eracle. Eracle tentò di uccidere il leone con le sue frecce, ma visto che queste non sortivano effetto, capì che il leone era invulnerabile; allora lo inseguì fino alla sua tana che aveva due uscite, ne chiuse una e entrò dall'altra per affrontare il leone senza armi, si avvicinò alla bestia, la prese per il collo e le strinse la gola fino a soffocarla. Si racconta che Eracle, non riuscendo a scuoiare il leone ormai morto con attrezzi normali, poté farlo solo utilizzando gli artigli del leone stesso.

Per la leggenda Esiodo, Teogonia 326 ss., e Teocrito, Idilli 25, 162 ss.,

LEONIDA

Λεωνίδας, re di Sparta (V sec. a.C.), della stirpe degli Agiadi. Quando Serse invase la Grecia (480 a.C.), Leonida con 300 spartani e 700 tespiesi difese la stretta gola delle Termopili. Quei 1.000 uomini e il loro duce combatterono per due giorni con straordinario eroismo e morirono tutti, ritardando col loro sacrificio l'avanzata del nemico.

L'eroismo di Leonida e di quegli uomini fu così cantato da Simonide nei seguenti versi:
Dei morti alle Termopili
glorioso è il destino, bella la fine,
la loro tomba è un altare; invece dei lamenti funebri
vi è il ricordo, e il compianto è lode.
Una tale veste funebre né lo squallore
né il tempo che tutto doma avvolgerà nelle tenebre.
Queste tombe di uomini valorosi
come abitatrice la gloria dell’Ellade si scelse;
lo testimonia anche Leonida,
il re di Sparta, che di valore ha lasciato
grande ornamento e gloria imperitura.

(Trad. di A. Borelli)

LEONTEO

Λεοντεύς, uno dei pretendenti della bella Elena. Partecipò al viaggio degli Argonauti e alla spedizione contro Troia. Fu ucciso in combattimento da Eracle.

LERNA

Resti del palazzo di Lerna
Resti del palazzo di Lerna

Λέρνα, palude nel territorio di Argo (in direzione Kefalari), era ritenuta senza fondo e in diretta comunicazione con l’oltretomba. Famosa per l'Idra Che Eracle vi uccise e per le Danaidi che vi gettarono le teste dei loro mariti. L'idra era un mostro dalle nove teste una delle quali era immortale e le altre rinascevano non appena tagliate, purché non vi si applicasse il fuoco. Il veleno di questo mostro era cosi potente che una freccia, la quale ne fosse intinta, causava implacabilmente la morte. Eracle con l'aiuto di suo nipote Iolao mozzò tutte le teste dell'idra e la uccise. Questa fu la seconda delle sue dodici fatiche. Dioniso la attraversò per scendere nell'Ade.

LESCHE

Λέσχη, edificio dove la gente si riuniva a parlare di cose serie o di favole. In Grecia ne esistevano in gran numero e ne attesta l’esistenza Omero (Od. 18, 329). Inizialmente il termine Lesche indicava la tomba e la sala costruita in vicinanza della tomba e usata come luogo di riunione dagli appartenenti alla stessa stirpe; quindi sala di pubblico ricovero per i poveri e di ritrovo.

LESTRIGONI

Λαιστρῡγών, Popolo mitico di giganti antropofagi governati dal re Antifate.

Gli antichi indicavano la sede di questo selvaggio popolo in Sicilia e in particolare la zona vicino a Leontini (l’attuale Lentini) dove esisteva una «pianura lestrigonia».

Ulisse vi approdò dopo che i suoi uomini di nascosto aprirono gli otri del vento. L'astuto Ulisse ormeggiò la sua nave lontano dal porto quindi, per sapere qualcosa sugli abitanti di quel luogo, mandò avanti degli esploratori.

Questi incontrarono la figlia del re che li condusse da suo padre. Subito Antifate prese uno dei Greci e lo mangiò; gli altri tentarono di fuggire ma il re li inseguì e i suoi Lestrigoni affondarono le navi lanciandovi dei massi enormi, e pescando i Greci come dei pesci li mangiarono.

Si salvò solo Ulisse e l'equipaggio della sua nave che era stata prudentemente ormeggiata lontana.

LETE

Λήθης ποταμός, uno dei fiumi dell'Ade. I morti, tuffandosi nelle sue acque, perdevano totalmente la memoria della vita terrena.

LETTERE EFESIE

τῶν Ἐφεσίων γράμματα, formule magiche che venivano incise su amuleti, che servivano a tenere lontane le malattie. Chiamate così perché per la prima volta vennero incise sul piedistallo della statua di Artemide a Efeso.

LEUCE

1) Λευκαί, ninfa mutata da Persefone in pioppo quando Ade cercò di farla sua.

2) Λεύκη, antica, isola del Ponto Eusino, secondo la tradizione Teti, dopo averlo sottratto al rogo funebre vi avrebbe portato il figlio Achille.

LEUCEPPIDI

Λευκιππίδες, erano le due figlie di Leucippo =dai cavalli luminosi, o forse figlie di Apollo, in base ai loro nomi, esse erano Febe =fulgente come il sole; Ilaira = dolcemente splendente come la luna

LEUCIPPO

1 Λεύκιππος, re delle città di Messene e padre di Ilaira sacerdotessa di Artemide. Rapita alla vigilia delle nozze, ebbe un figlio da Castore.

2 Galatea, figlia di Eurizio, sposò Lampro, figlio di Pandione, che viveva a Festo nell'isola di Creta. Proveniva, questi, da una buona famiglia ma non era dotato di molti beni.
Quando Galatea fu incinta, il marito desiderando di avere un maschio, ordinò alla moglie, nel caso fosse giunta una femmina, di sopprimerla. Lasciò poi la casa e, mentre era lontano a vigilare gli armenti, Galatea partorì una bambina.
Ne ebbe pietà e pensò anche alla solitudine della sua casa. I sogni e gli indovini le vennero in aiuto suggerendole di allevare la figlia come fosse un maschio. La donna finì per mentire a Lampro dicendogli che aveva avuto un bambino e allevandolo come tale: gli diede il nome di Leucippo.
La ragazza crebbe, divenne di incredibile bellezza e Galatea dubitò di poter a lungo ingannare Lampro. Si recò allora al santuario di Leto e supplicò la dea di cambiare sesso alla figlia. La dea ebbe pietà di Galatea e mutò il sesso della sua giovane figlia. Gli abitanti di Festo si ricordano ancora di questa trasformazione: compiono sacrifici a Leto Fytíe, che fece spuntare il membro virile alla ragazza, e danno alla festa il nome di Ekdysia perché la vergine aveva abbandonato il peplo. A. Liberale, Metamorfosi XVII

LIBAGIONE

οἰνιστήρια, faceva parte della cerimonia sacrificale e consisteva nel seguente rito: il sacerdote prendeva la coppa colma di vino e dopo averlo assaggiato, l'offriva agli assistenti, e versava la parte rimanente o sull'altare o sulla terra o sulla fronte delle vittime.

Non esistevano sacrifici senza libagione, ma vi erano casi in cui si facevano libagioni senza sacrifici, come nei casi di matrimoni, di funerali, di trattati d'alleanza, di banchetti, e tanti altri casi.

Nella libagione, oltre al vino di frequente erano adoperati anche il latte, il miele, l'olio, l'acqua delle fonti o del mare ed il sangue degli animali.

LICA

Λίχας, era lo schiavo che Deianira incaricò di portare a Eracle la veste intinta nel sangue del centauro Nèsso. Eracle indossata la veste per gli atroci dolori che gli causava prese lo schiavo e lo scaraventò così lontano da farlo precipitare nel mare Euboico.

Una curiosità di questo mito sta nel fatto che proprio da lui Deianira aveva saputo dell'amore di Eracle per Iole.

LICAONE

1) Λῠκάων, figlio di Pelasgo, re di Arcadia e grande blasfemo. Licaone, ebbe molte spose con le quali generò cinquanta figli. Tentò assieme a questi di dare in pasto a Zeus carni umane. Molte sono le varianti di questo mito, ma tutte concordano nell'indicare, quale causa del barbaro atto dei figli di Licaone, la loro volontà di provare se l'ospite fosse effettivamente un dio. I figli di Licaone superavano tutti gli uomini in superbia ed empietà. Zeus li volle mettere alla prova: si travestì da mendicante e andò da loro. Essi lo ospitarono, poi uccisero un bambino del paese, mescolarono le sue carni alle carni del sacrificio, e gliele offrirono. Zeus, disgustato, rovesciò la tavola, fulminò i figli di Licaone, tranne Nittimo, il più piccolo, perché Gea lo fermò. Licaone fu trasformato in lupo (e il suo nome stesso rivela infatti una connessione con lykos, "lupo"). Nittimo salì al trono, ma durante il suo regno avvenne il diluvio di Deucalione. Si dice che il diluvio fu causato proprio dall'empietà dei figli di Licaone.

Licàone prima si fa beffe dei devoti, poi dice: "Voglio accertare, con prova lampante, che questo dio non sia un mortale; e il vero sarà indubitabile". Di notte, immerso nel sonno, m'avrebbe ucciso a tradimento: questa era la prova della verità che intendeva. Non contento, sgozza col pugnale un ostaggio inviatogli dalla gente di Molossia, e quelle membra ancora palpitanti nell'acqua bollente parte le lessa e parte le arrostisce al fuoco. Non ha il tempo d'imbandirmele, che con la fiamma vendicatrice su sé stessa io faccio crollare quella casa degna del padrone. Atterrito fugge e raggiunta la campagna silenziosa lancia ululati, tentando di parlare. La rabbia gli sale al volto dal profondo e assetato come sempre di sangue si rivolge contro le greggi e tuttora gode del sangue. Le vesti si trasformano in pelo, le braccia in zampe: ed è lupo, ma della forma antica serba tracce.(Ovidio, Metamorfosi I 163 e ss.); anche Igino, Favole 176 e 225; Eratostene, Catasterismi 8; Nonno, Dionisiache XVIII, 20 ss).

Curiosità:
ci sono delle discordanze che riguardano invece la figura di Licaone stesso: alcuni autori lo considerano, al contrario dei suoi figli, uomo di grande devozione, che gli dèi in persona frequentavano, scatenando l'empia incredulità dei figli.

Il racconto è certamente correlato con la presenza di sacrifici umani nei rituali in onore di Zeus Licio, in Arcadia, di cui si ha testimonianza ancora in epoca storica.

2) Figlio di Priamo e di Ecuba, fu catturato e in seguito ucciso da Achille. A quanto pare il numero 50 non è fortunato per coloro che si chiamano Licaone.

LICEO

Apollo liceo
Apollo liceo

1) Λύκειος, epiteto col quale Zeus (Giove) era adorato ad Argo, perché una volta vi era apparso sotto aspetto di lupo.

2) Epiteto di Apollo, con significato di «liberatore da lupi», o, secondo altri, di «lucente».

3) Nell' antica Grecia, monte dell'Arcadia, conosciuto per il mito di Zeus e di Pan.

La tradizione vuole che qui siano nati i capostipite dei Pelasgi, Pan e Pelasgo.

LICIO

Λύκιος, (Del lupo) In Argo, dove vi aveva un tempio, era epiteto di Apollo. Il Tempio fu eretto da Danao a ringraziamento per avere ottenuto (da Gelanore senza combattere) il governo della città per volere di Apollo che, in tale occasione, per dirimere la contesa si era manifestato in forma di lupo.

LICOMEDE

Λῠκομήδης, re dei Dolopi, Teti gli affidò Achille travestito da donna, perché rimanesse nella sua corte lontano dalla guerra di Troia.

LICOREO

Λῠκώρειος, figlio di Apollo e della ninfa Coricia. Fondatore della città che prese il suo nome Licorea. Nei suoi pressi approdò l'arca di Deucalione dopo il diluvio. A quanto pare Apollo era di casa (o meglio di letto) in questa famiglia, infatti, Licoreo, ebbe il figlio Iamo, a questi nacque la figlia Celeno con la quale Apollo si unì e generò Delfo. È per questo che gli abitanti di Delfi erano detti Licorei.

LICURGO

Λῠκοῦργος, diversi i personaggi con questo nome, ma noi ci occuperemo di quello legato maggiormente legato a un rapporto con le divinità seppure si tratta di un mito cruento. Il Licurgo in questione è quello legato al mito di Dioniso alla conquista della Tracia. Egli fu estremamente ostile a Dioniso e alle sue seguaci, le Baccanti. E qua segue il motivo della sua avversione: un giorno Licurgo bevve del vino e si ubriacò, in stato di ebbrezza tentò di violentare sua madre, ma finita la sbronza e resosi conto di quello che stava per combinare ordinò al popolo di tagliare le viti, perché il vino era una cattiva bevanda in quanto alterava la mente. Egli stesso tentò di tagliare le viti, ma Dioniso gli aveva infuso la follia e convinto di troncare un tralcio di vite, colpì con la scure suo figlio Driante, uccidendolo. Ma la vendetta del dio non finisce qua, infatti Licurgo venne portato dal dio sul monte Rodope e dato in pasto alle pantere. Un'altra versione del mito narra che tutto il paese divenne sterile, e il dio profetizzò che la terra avrebbe di nuovo dato frutto solo se Licurgo fosse stato messo a morte. Sentito questo, gli Edoni lo portarono sul monte Pangeo, lo legarono e, per volontà di Dioniso, fatto a pezzi dai cavalli (o dato in pasto alle pantere sul monte Rodope).

Vedasi Diodoro Siculo 1, 20, e Nonno, Dionisiache XXI, 1 ss. Soprattutto Omero, Iliade VI, 129 ss.; Sofocle, Antigone 955 ss.; Igino, Favole 132.

Altro Licurgo, era cognato di Adrasto, morì nella guerra dei Sette contro Tebe, e venne risuscitato da Asclepio.

LIGDAMI

Λύγδᾰμις, famoso campione olimpico del quale si diceva avesse i piedi lunghi un cubito e l'ossatura compatta e priva di midollo, e per questo non sudava e non pativa la sete (Solino. I, 74).

LIMNIADI

Λιμνάς, venivano chiamate così le ninfe delle paludi.

LINCO

Λύγκος, re della Sicilia, ospitò Trittolemo, che era stato mandato da Demetra a far conoscere il grano agli uomini, ma pensò di ucciderlo, per prendersi la gloria di quella grande scoperta. Per questo Demetra, lo mutò in una lince. (Igino, Miti 259)

…atterra nel paese degli Sciti.
Qui regnava Linco e il giovane entrò nel suo palazzo.
Invitato a dire da dove veniva, la ragione del viaggio,
il nome e la patria: “La mia patria”, rispose, “è la famosa Atene,
il mio nome Triptòlemo. Non sono venuto in nave per mare,
né a piedi per terra: aperta mi fu la via dell'etere.
Porto i doni di Cerere, che sparsi per la vastità dei campi,
produrranno i frutti delle messi e gli alimenti per l'uomo”.
Quel barbaro fu preso dall'invidia e per attribuirsi il titolo
di benefattore, gli offrì ospitalità per poterlo aggredire
con un'arma nel sonno; e stava già per trapassargli il petto,
quando in lince lo mutò Cerere…
(Ovidio, Metamorfosi V).

LINO

1) Λίνος, sulla nascita di Lino la tradizione è assai discordante: lo si riteneva figlio di Eagro e della musa Calliope (ma più sicuramente di Apollo), o di Magnete e della musa Clio o di Apollo e Tersicore. Lino, così come il fratello Orfeo, fu un grande musico e si dice abbia inventato i versi lirici. Stabilitosi a Tebe insegnò a Eracle a suonare la cetra, ma un giorno Eracle preso dalla rabbia per una punizione a cui il maestro l'aveva sottoposto, gli tirò addosso lo strumento e lo uccise.

2) Si raccontava di un altro Lino, figlio di Apollo e di Psamate, figlia del re Crotopo. La ragazza violata dal dio, per paura dell'ira paterna quando partorì espose il neonato, che fu sbranato vivo dai cani del gregge di Crotopo. Dal dolore di Psamate, Crotopo capì che il bambino era figlio di lei e la condannò a morte. Allora Apollo addolorato per la perdita sia del figlio che dell'amante mandò su Argo un demone “Pene” che rapiva i bambini della città.

3) Altro Lino e anche questo era un bravo musico, era figlio di Ermes e di Urania, fu un grande musicista e inventò il ritmo e la melodia, Apollo per gelosia lo uccise.

LIRIOPE

Λειριόπη, ninfa Oceanina, che il dio fluviale Cefìso un giorno aveva spinto in un'ansa della sua corrente, imprigionato fra le onde e violentato. Rimasta incinta, la bellissima ninfa partorì un bellissimo bambino a cui impose il nome Narciso.

LITIERSE

Λιτυέρσης, figlio di Mida, costringeva i passanti a misurarsi con lui a chi mieteva più in fretta, uscendone sempre vincitore, tagliava la testa al rivale e metteva il cadavere in un covone. Ciò era per esorcizzare lo Spirito della mietitura e Teocrito (X,41-45) recita così nell'"Idillio dei Mietitori": Ascolta questo canto del divino Lieterse.

«"Demetra, feconda i frutti, feconda le spighe, fa che la mietitura sia un lavoro facile e il raccolto sia il più possibile abbondante! Serrate le spighe, accovonatori, perché qualche passante non dica: ecco degli uomini che non valgono un fico secco! ecco un salario perduto!"»

LOSSIA

Λοξίᾱς, cioè l'oscuro, l'ambiguo, epiteto di Apollo con chiara allusione all'ambiguità dei suoi oracoli.

LOTIDE

Λῶτις, ninfa che per avere respinto l'amore di Ermes o di Priapo, fu mutata nel fiore del loto.

LUSTRAZIONE

κάϑαρσις, cerimonia sacra che unita al sacrificio aveva lo scopo di purificare i campi, le città, i templi, le persone, le case, e tanto altro ancora.

La lustrazione di un campo consisteva nel condurvi tre volte intorno una vittima scelta, e nel bruciare profumi ed aromi vari sul luogo stesso del sacrificio.

Nella lustrazione di greggi il pastore aspergeva d'acqua pura il bestiame, bruciava alloro, ed altre sostanze, faceva per tre volte il giro della stalla, ed offriva alle divinità latte, vino cotto, miglio e focacce.

Per la lustrazione di un esercito, alcuni soldati cinti d'alloro conducevano tre volte intorno all'esercito schierato in ordine di battaglia le vittime (in genere un toro, una pecora e una scrofa) e le immolavano imprecando contro il nemico.

Le lustrazioni pubbliche Ricorrevano ogni cinque anni e da questo l'usanza di contare il tempo in lustri.